Gli Angeli, la Pittura e il Novecento Italiano alla Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia

Gli Angeli, la Pittura e il Novecento Italiano

alla Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia

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Gli Angeli, la Pittura e il Novecento Italiano” è la mostra che, proponendo opere di Osvaldo Licini, Mario Sironi, Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Giorgio Morandi, Lucio Fontana, cerca di dare una lettura della composita pittura italiana del ‘900. Pur trovandosi, infatti, tra la cultura sciovinista del fascismo e la negativa avventura della guerra, quella schiera strepitosa di artisti è riuscita a mutare radicalmente le categorie tradizionali della forma entrando, a buon diritto, nella ricerca artistica del Novecento.

Le opere in mostra alla Galleria Agnellini, così, si snodano tra le avanguardie artistiche dei primi primi anni del secolo a partire dal Futurismo fino ai trent’anni successivi in cui la ricerca si sviluppò con vivacità di stili e di tendenze culminando nella modernità anche in pittura e in scultura fino all’espressionismo e all’astrattismo.

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Nell’esposizione ci accolgono gli Angeli di Licini, emblemi di forme semplici e caste sospese tra terra e cielo, palpitanti ed emozionanti.

Licini, pittore esigente, dal 1913, quando si definì di un “primitivismo fantastico” e fino al 1958, quando morì, amò gli equilibri instabili rimanendo nella sospensione dell’aria. Lungo il suo percorso particolare Licini, che frequentò a Bologna l’Accademia con Morandi, e poi andò nella Firenze di Soffici e a Parigi dal 1917, scelse una parabola di ritorno a Monte Vidon Corrado, nelle Marche nel 1926, dove approfondì la sua ricerca poetica originale di astrattismo lirico che lo fece affermare alla XXIX Biennale di Venezia, dove vinse il Gran premio internazionale per la pittura.

E poi troviamo opere malinconiche dei fratelli Giorgio De Chirico e Alberto Savinio in piena Metafisica e la quiete artistica del lirismo di Morandi nelle celeberrime bottiglie. La grandezza di Morandi era anche nelle raffinate composizioni di fiori raffigurati, al pari degli oggetti in un incantato silenzio pieno di armonia e di luminosità percettiva.

Lucio Fontana, inoltre, è sempre dirompente coi suoi concetti di Spazialismo, in cui la materia diventa energia invadendo lo spazio che assume una forma dinamica sia nei Buchi e sia nei Tagli.

Questo spaccato di pittura in Italia, insomma, testimonia un periodo di ricerca costante e di creatività appassionata tendente alla volontà di rinnovamento, tenendo in consisderazione realtà internazionali come Parigi dove peraltro tre di loro De Chirico, Savinio e Licini soggiornarono.

Il loro intento era quello di creare codici espressivi moderni collegati anche alla memoria classica come è stato anche per Mario Sironi che conseguì una sintesi stilistica straordinaria nelle sue immagini volumetriche in cui il rapporto delle luci e delle ombre è calibrato dall’uso sapiente dei colori nello spazio.

La mostra in sintesi testimonia la volontà caparbia degli artisti di voler uscire dai limiti dei tempi, dall’ intransigente dittatura fascista prima e poi dalle ristrettezze della cultura provinciale e ben ci riuscirono con le loro originali capacità che espressero liberamente con opere di tendenza e di movimenti internazionali d’avanguardia.
L’esposizione, a cura di Dominique Stella, si avvale di un ricco catalogo edito dalla Galleria stessa.

Anna Maria Di Paolo


Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia,

Via Soldini 6/a, fino al 20 luglio 2013.

Info: http://www.agnelliniartemoderna.it/

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Affinità e divergenze di Klee e di Melotti in mostra al Museo d’Arte di Lugano

Affinità e divergenze

di Klee e di Melotti

in mostra al Museo d’Arte di Lugano

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Quello di Paul Klee e di Fausto Melotti, due grandi dell’arte contemporanea, è un incontro postumo “sorprendente” al Museo d’Arte Lugano. I due autori che, in verità, mai in vita vennero a contatto, si erano posti, tuttavia, i problemi fondanti della ricerca artistica al di fuori del tempo e delle correnti e, pur vivendo stimoli diversi e pur nelle divergenze, hanno conseguito, comunque, assonanze attraverso il linguaggio puro della poesia.

Del resto forte era nei due la consapevolezza della complessità dell’arte e se Klee scrisse che “L’arte è una similitudine della creazione. Essa è sempre un esempio, come il terrestre è un esempio cosmico”, Melotti precisò che “Le analogie e le similitudini possono essere illuminanti, ma non arrivano alla definizione. Lo spirito dell’opera d’arte, come l’anima umana, è indefinibile”.

L’arte e la musica, tuttavia, come sostrato delle loro due passioni, possono costituire una delle affinità dei due artisti e attorno ad esse sono state raggruppate, nell’esposizione luganese, numerose loro opere che, dialetticamente e senza ombra di retorica, sono lì a mostrarne le strabilianti analogie.

Di Paul Klee, pittore svizzero sono stati presentati settanta tra dipinti, acquerelli e disegni, mentre di Fausto Melotti (1901–1986), scultore italiano, sono ottanta le sculture e disegni.

Gli inizi artistici dei due avvengono negli Anni Venti: per Klee nel “periodo della Secessione” di Monaco e per Melotti col “Ritorno all’ordine”, quindi in ambiti molto diversi. E se Klee non conobbe lo scultore italiano, Melotti, che operava nella sua città Rovereto, da cui seguiva la Biennale di Venezia, ebbe occasione di vedere le opere di Klee, che vi fu invitato nel 1948, e ancor prima ne sentì parlare, nella Galleria, per la quale egli stesso lavorava, il Milione che nel ’34-35 stava trattando con l’artista svizzero per una sua mostra a Milano.

Paul Klee (1879-1940), che frequentò l’Accademia di Monaco di Baviera, studiando con von Stuck, fino al 1900, si formò con Gropius nella teoria e nell’ estetica del Bauhaus, a Weimar e poi a Dessau.

Klee, inizialmente, era già stato influenzato dal “giapponesismo”, molto di moda al tempo sia in Francia sia in Germania, tanto che creò, tra il 1900 e il 1908, una serie di opere ispirate alle xilografie giapponesi ukiyo-e e molto influì su di lui lo Zen. Nel 1911 entrò anche in contatto con il gruppo del Blaue Reiter con Kandinsky, Franz Marc, Macke e Kubin, coi quali espose a Berlino l’anno dopo. Le sue opere di questo periodo sono immagini misteriose composte da lievi segni grafici e da campiture di colore. Quando nel 1914 realizzò un viaggio in Tunisia, s’intensificò il suo interesse per la luce e il colore che divennero preminenti sulle forme.

Docente di Teoria della Forma al Bauhaus e a Francoforte dal 1921, divenne sempre più assorbito dal suo lavoro artistico tanto che nel 1933 abbandonò l’insegnamento. In quegli anni compilò, comunque, ben quattromila pagine di quaderni tra appunti, schizzi e disegni che rimangono una preziosa documentazione della sua teoria etica ed estetica dell’arte.

La condanna nazista del suo lavoro lo costrinse nel 1933 all’esilio a Berna dove approfondì un periodo di formazione incentrato sulla studio della musica, sul disegno e  sulla lettura di classici. I suoi lavori

 furono caratterizzati da ideogrammi anche nel ricordo dei segni dell’infanzia che gli 

consentirono di andare oltre ogni forma di

convenzione culturale e giungere a uno dei concetti base della sua ricerca secondo cui 

“L’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile” e in tal modo elaborò il ritmo, il colore, il movimento e la costruzione delle sue opere.

Fausto Melotti, (1901–1986), considerato antesignano dell’astrazione geometrica in Italia, si ispirò prevalentemente ai suoi due elementi formativi: la musica e l’arte di ingegneria per le sue strutture

geometrico-astratte, talora figurative, ma sempre poetiche.

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Le sue numerose opere sono, inoltre, caratterizzate dall’incessante ricerca di nuovi materiali per diverse progettazioni; così pietra, bronzo, gesso, ceramica, argilla e terracotta, ottone, acciaio o rame gli

consentirono di elaborare composizioni misteriose e al tempo stesso semplici che organizzava secondo la dottrina platonica delle idee a cui si ispirava tutto il gruppo di astrazione razionalista gravitante attorno al

Milione di Milano.

Fin dagli Trenta, Melotti, ispirato da Calder e Giacometti, realizzò opere costruttiviste e di grande forza narrativa e poetica rese possibili dalla leggerezza dei materiali, quasi in filigrana coi quali otteneva una trasparenza spaziale. Le sue creazioni con fili sottili si

accompagnarono, spesso, a tessuti dipinti, a nastri metallici o a piccole sculture figurative che espressero realtà, astrazione, malinconia,

leggerezza e poesia.

Melotti, nato a Rovereto nel 1901, dove frequentò Depero, si trasferì nel 1928 a Milano, dove, già laureato, proseguì gli studi a Brera con lo scultore Adolfo Wildt dal quale, insieme a Fontana, apprese il concetto di “pieno” e di “vuoto” che circonda e penetra la scultura e da cui derivò il suo astrattismo. Grande è stato il successo anche in vita

dell’artista che ha tenuto importanti mostre in Italia e all’estero. Melotti è morto nel 1986 a Milano.

Ora, di Kle e Melotti, posti uno accanto all’altro, si possono ammirare splendide opere nella mostra di Lugano che si estende in dieci sezioni attorno ai temi centrali delle loro ricerca: le origini, gli Anni Venti, il teatro, il circo, il paesaggio, la natura, la città e la zoologia fantastica tra pesci, cani e gatti in cui agli animali viene conferito un alone di umanità, di trascendenza e di spiritualità. E poi ancora gli alfabeti con l’amore per la scrittura, l’arte e la musica alla quale entrambi erano legati perché non soltanto ascoltavano prevalentemente Ravel, Brahms e Mozart, ma suonavano essi stessi: l’uno il violino e l’altro il pianoforte.

Le opere di Klee e di Melotti, insomma, sono accomunate da una levità che incanta e in esse traspare il vibrare della linea da loro tracciata sul foglio o nello spazio in una nuova percezione della rappresentazione.

E mentre di Klee si potrebbe dire che è artista del colore, di Melotti che è architetto del segno.

Accanto alle affinità dei temi comuni, le opere, tuttavia, presentano anche vistose diversità: dove, infatti, Melotti è rigoroso e ponderato nelle sue geometrie ortoganali, ma anche ludico e lieve, Klee è sempre sfuggente nel segno e nel colore ritmico, ma entrambi sono stati rinnovatori dell’arte.

La mostra, dopo due anni di ricerca, è stata curata da Guido Comis e Bettina Della Casa e si avvale di un ricco e originale catalogo, edito da Kehrer Verlag, con saggi di studio e di approfondimento.

Abituati come siamo alle proposte espositive, non è frequente che ci si sorprenda come, invece, è accaduto con la mostra “Klee-Melotti” in cui gli accostamenti di opere, pur viste e conosciute, assumono in quel contesto una valenza densa di emozione e di ammirarione. Da vedere.

Anna Maria Di Paolo

 

Klee – Melotti” Museo d’Arte – Riva Caccia 5 – Lugano (Svizzera), fino al 30 giugno Orari martedì–domenica: 10–18 venerdì 10–21

Chiuso lunedì, tranne 1aprile, 20 maggio e 17 giugno. Ingressi: Intero Fr. 12.–/ RidottoFr. 8.–

Entrata gratuita la prima domenica del mese

http://www.klee-melotti.ch; http://www.mda.lugano.ch

http://www.luganoturismo.ch

 

 

 

 

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“L’età del Rame. La pianura padana e le Alpi al tempo di Ötzi” a Brescia

L’età del Rame. La pianura padana

e le Alpi al tempo di Ötzi”

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Si è appena inaugurata la mostra L’età del Rame. La pianura padana e le Alpi” al Museo Diocesano di Brescia, nei cui dintorni sono state rinvenute le testimonianze più significative dell’età del rame, fra il 3.400 e il 2.200 avanti Cristo. Centoventotto anni fa, infatti, sono stati rinvenuti nella necropoli di Remedello di Sotto, reperti importanti costituiti da una sepoltura femminile rannicchiata, di cinquemila anni fa, e da strumenti di selce, da vasi campaniformi del Dovarese e di Gardoncino di Isorella, da un’ascia a occhio in rame puro nel letto del fiume Chiese, presso Acquafredda, e un attrezzo in legno del 2050 ca. a.C., considerato il più antico aratro del mondo, rinvenuto nell’area del Lavagnone a Desenzano e, poi, ancora pugnali e asce in rame.

Sono esposti nelle vetrine del Museo insieme ad armi ed utensili, come un pugnale in selce da Gavardo, un’alabarda in rame da Villafranca, asce e pugnali in rame e pietra levigata, una collana in denti di animali da una sepoltura in provincia di Trento, torques femminili da una tomba sui Monti Lessini, fusaroli per telai, ma anche vasi di tipo «campaniforme» della tarda età del Rame, e poi le ceramiche di Polada, trovate nell’800 da Giovanni Rambotti e poi cedute dagli eredi al Museo Pigorini di Roma.

Tra i reperti è sorprendente notare che il vaso campaniforme era diffuso anche in Spagna, nell’Europa centrale e nelle isole britanniche rivelando così uno sviluppo affine nelle diverse aree geografiche del continente europeo. Nel suggestivo allestimento di Elisabetta Conti è stato ricreato anche il paesaggio della Val Camonica, coi menhir, massi incisi, posti tra foglie secche e alberi, e grandi composizioni monumentali delle incisioni rupestri camuni che forniscono un’ iconografia antropomorfica delle divinità e quindi la comprensione delle nuove concezioni religiose e del culto degli antenati. La mostra documenta i cambiamenti notevoli per il tempo che si diffusero dalla regione alpina nella penisola iberica e a nord del Mar Nero, oltre che sul versante meridionale delle Alpi fino alla Val Padana con i ritrovamenti avvenuti al giogo di Tisa, al confine tra Italia e Austria nel 1991 e 1992, con la ricostruzione di Ötzi, l’uomo del Similaun, ora al museo di Bolzano, a grandezza naturale e con copie dei materiali, come gli abiti e le calzature, l’ascia in rame, le cuspidi di freccia, e il pugnale in selce, trovati accanto a lui.

L’invenzione, inoltre, dell’aratro e della ruota, che si diffusero dalla Mesopotamia, del carro a quattro ruote, della lavorazione non più della sola selce, ma di quella del rame reso resistente in lega con l’arsenico, determinarono la stanzialità e l’agricoltura che, con l’aggiogamento degli animali da trazione e l’allevamento, contribuirono all’evoluzione dell’aspetto sociale ed economico.

L’ultima sezione dell’esposizione collega all’età del Bronzo, tra 2200 e 2070 a.C., con l’insediamento delle palafitte sulle rive del lago di Garda, illustrato da ceramiche e manufatti di metallo, in osso, corno, selce dal Lavagnone di Desenzano del Garda, e da Polada, in comune di Lonato, nonché dai ripostigli di asce a margini rialzati di Remedello Sopra e di Torbole Casaglia, in provincia di Brescia.

Per l’ampia e rara presenza di tali manufatti, la mostra è stata ideata non soltanto per esperti ed appassionati, ma anche per gli studenti a cui viene offerta gratuitamente l’occasione di conoscere queste emozionanti scoperte dell’età eneolitica.

Per di più, è rimarchevole sottolineare che dopo l’esposizione di archeologia bresciana del 1875, promossa dall’Ateneo di Brescia, è la prima volta che i materiali di Polada, della collezione Rambotti, ritornano a essere esposti a Brescia.

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La mostra, allogata al Museo Diocesano di Brescia, è promossa da un Comitato scientifico presieduto dallo studioso Raffaele De Marinis, in collaborazione con le diverse Soprintendenze e con la Fondazione CAB con l’ ideatore Angelo Rampinelli.

Uno spazio speciale è dedicato alla didattica con visite guidate e laboratori.

Accompagna la mostra un notevole volume di approfondimento scientifico, di 560 pagine, che raccoglie saggi scientifici di molti studiosi, la maggior parte dei quali coordinati da Maria Bernabò Brea e la sua equipe e da Monica Miari, da studi dello stesso De Marinis e, tra altri, di Emanuele Severino sull’allora manifestazioni del sacro. Tutti assieme delineano il quadro delle conoscenze acquisite di molti studiosi e avanzano nuove interpretazioni sulle scoperte recenti, come il caso della necropoli di Remedello che è il fulcro della mostra. Nel riconoscere gli aspetti che maggiormente caratterizzano l’età del Rame, si dà conto di un cambiamento verso una società più gerarchica e maschile, indicato dal rilievo dato alle armi riprodotte nelle stele e tra i corredi funerari, a rimarcare il ruolo sociale dei guerrieri e sottolineando de relato il ruolo femminile, considerato minoritario e addetto prevalentemente alla funzione familiare e riproduttiva. Si deve arrivare all’età del Bronzo per vedere nelle stele la rappresentazione muliebre con fasci di linee a U sul petto con pendagli, orecchini e ornamenti per la fronte, tipiche della Valcamonica e della Valtellina che sottoleneavano la maggiore considerazione sociale della donna . La complessità dei saggi, tuttavia, non consente qui di illustrarne neanche la minima parte e si rimanda ad altra sede il suo studio.

Si tratta di un testo scientifico basilare, in sintesi, per approfondire il lento, faticoso e progressivo cammino dell’individuo fino a noi.

Mostra da non perdere.

Anna Maria Di Paolo

 

L’età del Rame. La pianura padana e le Alpi al tempo di Ötzi. Brescia, Museo Diocesano (via Gasparo da Salò 13), fino al 15 maggio 2013. Orario: 9 /12, 15/ 18, mercoledì chiuso. Ingresso: intero euro 5, ridotti euro 2,50. Scolaresche ingresso gratuito.

 Informazioni e prenotazioni: Museo Diocesano tel 030-40233, fax 030-3751064; segreteria.etadelrame@gmail.com Per i percorsi interattivi visitare il sito: http://www.etadelrame.it

 

Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo info@studioesseci.net

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ai Weiwei, artista cinese alla Biennale d’Arte di Venezia 2013

Ai Weiwei, artista cinese

alla Biennale d’Arte di Venezia 2013

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                                     Cento milioni di semi alla Tate di Londra

Ai Weiwei, 55 anni, è un noto artista cinese, scrittore, regista e commentatore ed è figlio del poeta Ai Qing, che denunciato nel 1958 fu spedito da Pechino alla provincia di Xinjiang per lavori forzati. Ai Weiwei è un aperto critico del governo cinese e delle sue politiche considerando questa “sua posizione indispensabile.”

Ai è stato tra gli ideatori del gruppo Stars di artisti d’avanguardia nel 1978, che, dopo essere stato rifiutato perché esponesse nella galleria ufficiale China Art, appese un anno dopo i suoi lavori sulla recinzione esterna. Ha cofondato il China Art Archives e Magazzino (CAAW) a Pechino nel 1997, e nel 2000 ha organizzato la mostra “Fuck Off” con Feng Boyi durante la seconda Biennale di Shanghai, ma la mostra fu chiusa dopo solo un giorno a causa dello scandalo che causato .

Più di recente, Ai Weiwei ha attirato l’attenzione internazionale al di là della stampa d’arte in base al suo sostegno dell ‘”Indagine dei cittadini”, vittime del terremoto del 2008 di Sichuan, in particolare i bambini delle scuole, di cui ha raccolto e pubblicato i nomi. Il suo blog è stato chiuso poco dopo.

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Ai è stato posto agli arresti domiciliari da parte delle autorità cinesi nel 2010, e nel 2011 è stato arrestato all’aeroporto di Pechino, mentre il suo studio è stato confiscato. Ai è stato recentemente liberato dagli arresti domiciliari, ma rimane senza passaporto.

Tra le più note opere d’arte di Ai Weiwei c’è “Fairytale” (2007), prodotto per Documenta 12, di Kassel dove sono stati invitati 1.001 cinesi, e “Semidi girasole”, un’installazione alla Tate Modern di Londra nel 2010, dove ha riempito la sala principale con milioni di semi di girasole. Nel 2011 ha postato Shanzhai un video di “Stile Gangnam” su Youtube che ha ricevuto migliaia di visite.

A Iona Whittaker, che ha incontrato Ai Weiwei nella sua grande casa-studio a Pechino, il 18 dicembre 2012, l’artistaha dichiarato che la situazione per gli intellettuali in Cina è giunta ad una fase critica.

I suoi problemi sono derivati dalle sue idee espresse pubblicamente e ha ricordato anche la persecuzione del padre a cui fu proibito di scrivere per essere considerato un nemico del popolo e destinato a pulire i gabinetti per tutto il paese.

Lui per 12 anni ha vissuto all’estero, ma poi, al ritorno, ha realizzato una prima opera in internet, “Fairytale” sebbene sia ancora osteggiato.

Ai Weiwei rappresenterà la Germania, al fianco Romuald Karmakar, Santu Mofokeng e Dayanita Singh, alla 55 Biennale di Venezia di quest’anno 2013 con una serie di nuovi lavori. Attendiamo!

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“DE NITTIS” A PALAZZO ZABARELLA DI PADOVA

DE NITTIS” A PALAZZO ZABARELLA

DI PADOVA

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                                                       Flirt

Giuseppe De Nittis, il più grande degli Italiens de Paris, insieme a Boldini, diverso per la pittura “mondana”, è un artista il cui livello internazionale è stato celebrato recentemente dal Petit Pales di Parigi, sua patria elettiva. Nella capitale francese non si allestiva una mostra importante di De Nittis dal 1886, quando, dopo due anni dalla morte, la Galleria Bernheim Jeune, esponendo 126 dipinti, riconfermò il merito dell’ artista lodandolo come il «plus Parisien que tout les Parisiens».

Dimenticato in seguito sia in Italia che in Francia, fu riscoperto verso gli anni Venti, quando venne riscritto tra gli Impressionisti.

De Nittis nel 1868, a vent’anni, infatti, senza appoggi e senza conoscenza alcuna, decise, dopo brevi soggiorni a Napoli, Roma e Firenze, di recarsi nella metropoli francese dove si formò accanto agli Impressionisti, espose con loro nella studio del fotografo Nadar nel 1874, mantenendo il confronto artistico e l’amicizia con Manet, Degas e, tra altri, Caillebot, al quale fece anche battezzare il suo unico figlio.

Con gli amici condivise l’aspirazione a rinnovare il concetto della pittura; tuttavia, pur affrontando come i francesi gli stessi temi del paesaggio, del ritratto e degli aspetti nuovi della vita moderna, egli usò un suo linguaggio pittorico, alquanto diverso. Il repertorio di De Nittis, infatti, era più vario di quello degli Impressionisti, legati più scientificamente alla realtà fenomenica, mentre le sue vedute italiane, francesi e londinesi rappresentarono una visione più rispondente ai suoi stati d’animo. Si adoperò, inoltre, per raggiungere l’autonomia dell’arte, fondamento della modernità, scardinando la gerarchia dei generi e cambiando anche la tecnica. Passò, così, dall’olio al pastello, non più usato dal 1700, tanto che fu definito il Liotard o il Guardi moderno di Parigi.

Ciò che attraeva De Nittis era, dunque, la natura che coglieva con l’occhio interiore, e il fervore delle strade di Parigi di fine secolo. Dalla capitale francese, quando ruppe il contratto col potente mercante Goupil – che aveva subito intuito l’eccezionalità artistica del giovane barlettano –, iniziò a dividersi con Londra, dove trovò nel banchiere Knowles il suo maggiore mecenate, per il quale eseguì degli splendidi quadri; a quel periodo appartengono anche le tele di Westminster, che furono molto ammirate da Van Gogh per la rappresentazione rarefatta.

Se Parigi, dunque, rimase il fulcro della sua vita, la metropoli di Londra gli dette altrettanta gloria e soprattutto ricchezza.

Ora, a Padova, la Fondazione Bano dedica a De Nittis un’ampia retrospettiva di 120 opere di qualità alcune delle quali, ignote o assenti dall’Italia da molto tempo, come quelle del ciclo di vedute londinesi, consentono di continuare, nella scia della mostra di Parigi, la rilettura della sua ricerca.

Sorprendente, tra l’altro, una sequenza di piccoli quadri sull’eruzione del Vesuvio del 1872 – eseguite quando l’artista tornò a Napoli durante la guerra franco prussiana – con una pittura moderna per le pennellate ampie e sicure di puro colore con cui rappresentò, come lui stesso disse, la bellezza della montagna selvaggia nelle ore di silenzio.Autoritratto
Al ritorno a Parigi, De Nittis partecipò quasi ogni anno ai Salon e alle Esposizioni universali, e a quella del 1878 presentò undici opere. Artista acclamato per la raffinatezza e l’ originalità delle sue opere, fu anche amato come persona per il carattere espansivo e generoso. Fece, infatti, della sua abitazione parigina, con la moglie Léontine, il punto di incontro di artisti e intellettuali che apprezzavano molto i piatti che De Nittis preparava di persona, il sabato, per gli ospiti. Tra essi c’erano sempre Degas, Daudet, Manet, Caibellotte, Zola, Oscar Wilde, Dumas figlio e Edmond de Goncourt che nel Journal elogiò il buon cibo, l’allegra compagnia, la bella musica e le eleganti giapposenerie che influenzarono l’Artista.

L’artista, in sintesi, con la baldanza del giovane meridionale, lasciando Napoli per Parigi, intraprese un viaggio nella vita e nell’arte intuendo il cambiamento in atto verso il XX secolo e cogliendo dalla moderna quotidianità e dall’effimero l’aspetto poetico, l’eterno e l’immutabile, come aveva indicato anche Baudelaire.

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            Place de Piramides

E, infatti, la modernità di De Nittis è l’aver colto la luce nei luoghi d’acqua della Senna e del Tamigi, ma anche nella frenetica e mutevole folla borghese dei boulevard.

Gli ultimi suoi quadri come la “Guardiana delle oche”, di rara atmosfera sospesa, e “Colazione in giardino”, raggiungono una sembianza intima suggestiva e quasi commovente per quell’ intuizione della sua fine, allorché rappresenta, a tavola, la moglie e il figlio e “un’assenza”, la sua, sottolineata dalla sedia scostata e dal tovagliolo stropicciato; era il 1884, l’anno della morte, quando dipinse anche il suo unico efficace ritratto in cui lo sguardo non è né austero, né compiaciuto, ma con una nota malinconica negli occhi.

De Nittis, nato a Barletta nel 1846, fu cresciuto dai nonni perché rimase presto orfano di entrambi i genitori, col trauma per il suicidio del padre, e successivamente anche per quello di un fratello. Iscrittosi all’istituto d’Arte di Napoli nel ’61, dopo tre anni ne venne espulso, e divenne maestro di sé stesso, infatti si unì ad Adriano Cecioni, a Marco Di Gregorio e a Federico Rossano e fondò nel ’64 con loro la “Scuola di Resina”, località dove dipingevano en plein air. Nel ’67 De Nittis intraprese un itinerario attraverso l’Italia: Roma, Firenze dove fu attratto dalla nuova pittura dei Macchiaioli, Torino e Parigi espresso poi emblematicamente ne “La traversara degli Appennini” del 1867, portandosi dietro la capacità di immedesimarsi nelle “atmosfere” come lui stesso scrisse nei “Taccuini”. A Parigi, città che gli diede ” fortuna e amore”, morì prematuramente, a 38 anni.
Nella mostra padovana, strutturata in sezioni cronologiche, sono presenti opere fondamentali dell’artista dal 1864 e il 1884 – provenienti dalla Pinacoteca “Giuseppe De Nittis” di Barletta; da musei francesi e da collezioni private – che testimoniano l’intenso affresco di una società dinamica e di un’epoca in rapido cambiamento, rese coi moti profondi del suo animo e del suo tempo.

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, la rassegna, curata da Emanuela Angiuli e Fernando Mazzocca, si avvale di un catalogo ragionato, edito da Marsilio.

L’ esposizione, che si può considerare la più importante realizzata finora in Italia, è pertanto imperdibile!

Anna Maria Di Paolo

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DE NITTIS. Padova, Palazzo Zabarella, Via San Francesco, 27, fino al 26 maggio 2013; tutti i giorni 9.30 – 19.00 Chiuso il lunedì non festivo. Biglietti intero € 12.00; ridotto € 9.00. Info: info@palazzozabarella.it; prenotazioni@palazzozabarella.it; http://www.palazzozabarella.it

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“LUIGI SPAZZAPAN” AL CASTELLO DI MIRADOLO, TORINO

LUIGI SPAZZAPAN” AL CASTELLO DI MIRADOLO, TORINO

ImmagineA “Luigi Spazzapan”, protagonista indipendente dell’ arte del Novecento, è dedicata una retrospettiva di cento opere. L’esposizione, attraverso varie sezioni, ripercorre le fasi della ricerca pittorica di Spazzapan dal periodo giovanile, con la partecipazione al movimento futurista dei primi anni Venti nel Venezia Giulia, all’arrivo a Torino nel 1928. Spazzapan, nato a Gradisca d’Isonzo nel 1889, si formò alle Scuole Reali di Gorizia, e si avvicinò al Movimento Futurista Giuliano di Giorgio Carmelich, Sofronio Pocarini e Mirko Vucetic negli anni Venti. Andò a Vienna e a Parigi e scrisse: “Un salto a Monaco m’informò sull’espressionismo tedesco. Costruttivisti, scuola di Kandinsky. Assimilavo tutto con gran facilità perché avevo la mano fatta e leggevo tutto e sempre. Il teatro espressionista tedesco, Pirandello, Martinetti, ed i francesi, Majakowski il russo. Ma uno era più bello dell’altro, tutto così vivo, esplosivo. Nel 1925 feci il gran colpo a Parigi. Esposi alla grande esposizione internazionale dei pannelli astratti puri (mi dispiace per Soldati che ci tiene tanto essere il primo astrattista). Mi credevano pazzo eppure mi pigliai una medaglia d’argento.”

A Torino avvenne la sua maturazione artistica; il rapporto proficuo con il Gruppo dei Sei, composto da Gigi Chessa, Enrico Paulucci, Carlo Levi, Jessie Boswell, Nicola Galante e Francesco Menzio; le amicizie con critici importanti come Lionello Venturi ed Edoardo Persico e l’organizzazione della sua prima personale a Parigi nel 1939. ”Partecipò, inoltre, alla seconda Quadriennale di Roma e alla XX Biennale di Venezia negli anni Trenta.Immagine
Durante la seconda guerra mondiale, i
l suo studio, per effetto dei bombardamenti, subì un incendio che distrusse gran parte delle opere che contribuì ad un cambiamento della sua ricerca. Già nel 1946, infatti, iniziò, per Spazzapan, un periodo di Espressionismo geometrico.

Nel 1947, l’Artista, organizzò con Piero Bargis, Umberto Mastroianni, Oscar Navarro, Ettore Sottsass jr. e Mattia Moreni, la mostra «Arte Italiana d’oggi – Premio Torino» che attirò attenzione e critiche. Fu molto amico e sodale di Umberto Mastroianni che mi parlava di lui con grande ammirazione e affetto, sottolineando che a Torino non si era mai trovato completamente a suo agio, situazione che lui stesso condivideva tanto che decise di tornarsene a Roma e poi a Marino.
Negli anni Cinquanta Spazzapan (1889-1958) arrivò alla fase finale con l’elaborazione di opere astratto informali contraddistinte da segno marcato e colori preminenti. L’ apprezzamento fu tale che nel 1954 la Biennale di Venezia gli dedicò una sala personale.

La mostra, a cura di
Francesco Poli nella sede della Fondazione Cosso, mette altresì in risalto il suo carattere riservato e scontroso, oltre che le qualità umane di Spazzapan, impulsivo e generoso, emergenti nell’ intensità emotiva delle opere.

I soggetti preferiti sono stati i santoni, Santone con leone, Santoni concolombe, Santone Persiano, i moschettieri, le figure di generali o di ufficiali, le attrici, le modelle, e tra altri, i tori, i guerrieri, gli arlecchini, le memorie mitiche, le paludi, i fogliami intricati.

Attento anche ai mezzi, egli realizzò chine, tempere, oli e sculture che costituiscono un ragguardevole corpus di attività intensa e autonoma che contraddistinguono tutta la sua ricerca artistica.

Anna Maria Di Paolo
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“Luigi Spazzapan” al Castello di Miradolo, Torino, fino al 24 febbraio 2013; Orari: mercoledì-giovedì-venerdì dalle 14 alle 18.00; sabato-domenica-lunedì dalle 10 alle 18.30
chiuso il martedì

* In occasione della mostra la Fondazione Cosso, in collaborazione con la Provincia di Torino , prevede il servizio di Navetta da Torino. Per informazioni e prenotazioni telefonare al numero 0121.376545

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AL MUSEO DALÍ IN FLORIDA LA MOSTRA MOLTO RUMORE PER SHAKESPEARE

               AL MUSEO DALÍ IN FLORIDA LA MOSTRA

                   MOLTO RUMORE PER SHAKESPEARE

ImmagineNell’ambito del festival su Shakespeare, in collaborazione con le organizzazioni della zona, sono proposti concerti, film, arti visive, teatro e altro a partire Venerdì 11 gen 2013 al Museo Dalí di St. Petersburg, in Florida, che ospiterà 31 opere e due libri illustrati, ispirati alle opere di William Shakespeare.

Questa nuova mostra, tratta dalla collezione del museo, si prolungherà fino al 28 aprile. La mostra è curata da Joan Kropf, curatore della collezione del Museo di Dalí.

Ispirato all’arte surrealista di Dalí, Il Museo Salvador Dalí  a St. Petersburg in Florida è stato progettato, per salvaguardare la collezione dai frequenti uragani, da Buckminster Fuller, famoso per le pioniere geometrie geodetiche. Disegnato da Yann Weymouth, dello studio HOK – Hellmuth, Obata and Kassabaum – collaboratore di Ming Pei per la piramide del Louvre a Parigi, per un costo di 23 milioni di euro, ospita su una superficie di 6.317 mq la collezione più completa al mondo delle opere dell’artista fuori dalla Spagna.

Negli Stati Uniti è il primo Museo con struttura di geometria geodetica free-form progettata col sistema di modellazione, BIM, creazione di modelli tridimensionali delle forme in vetro.

La struttura, simile a una fortezza, può sopportare carichi di un uragano di categoria 5, con venti di 165 km/h. Il tetto è di oltre 30 cm di spessore e le murature in cemento armato gettato in opera superano i 45 centimetri. Situata al di sopra del piano di inondazione, al terzo piano, la collezione è protetta da tempeste che possano comportare onde maggiori di 9 metri di altezza.

Nell’edificio sono state utilizzate diverse strategie sostenibili per creare energia, acqua e risparmio dei costi. L’edificio è orientato in modo da ridurre il carico solare. Sul tetto sono stati collocati due tipi di collettori solari per la produzione di acqua calda sanitaria e per il ciclo di deumidificazione del sistema di condizionamento dell’aria. Sono stati adottati sistemi di controllo automatizzato dello spegnimento automatico delle luci quando gli ambienti non sono utilizzati. L’involucro dell’edificio è compatto, ben isolato e, con la sua massa termica di calcestruzzo, funge da dissipatore di calore per ridurre le escursioni termiche.

Nelle gallerie espositive del terzo piano sette “condotti di luce” illuminano le opere di Dalí.Immagine

Uno “scrigno” euclideo, alto quasi 18 metri, ad angolo retto, denominato “Enigma” dal nome di un dipinto di Dalì del 1929 esposto nella prima sala del museo.

Salvador Dalí , 1904-1989, nacque a Figueras, e frequentò a Madrid l’Accademia di Belle Arti dove ne fu espulso nel 1926 per indegnità. Si recò allora a Parigi e partecipò al vivace ambiente intellettuale con Pablo Picasso, Juan Mirò, André Breton e il poeta Paul Eluard aderendo al movimento surrealista nel momento di maggior vitalità. Dalì rivelò così tutta la sua immaginazione e le allucinazioni iperrealistiche divenendo il più intenso ed eccessivo dei surrealisti tanto che Breton nel 1934 lo espulse dal gruppo. Dalí intensificò le sue creazioni “surreali” definendosi l’unico artista surrealista esistente.

In verità, il suo Surrealismo derivò dal principio dell’automatismo psichico teorizzato da Breton che Dalí chiamò metodo paranoico-critico col quale l’artista fissava le immagini del suo inconscio attraverso la razionalizzazione del delirio: immagini fantasiose e artificiose. «Attraverso un processo nettamente paranoico è possibile ottenere un’immagine doppia, rappresentazione di un oggetto che, senza la minima modificazione figurativa o anatomica, sia al tempo stesso la rappresentazione di un oggetto assolutamente diverso» come le opere «Figure paranoiche» e, tra altre, «L’enigma senza fine».

Il suo legame con Gala Diakonoff, moglie del poeta Paul Eluard, iniziò nel 1929. Gala divenne così la sua musa ispiratrice, rappresentando nel suo mondo l’essenza della libido.

Nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti dove rimase dieci anni. Famosissimo, divenne prigioniero del suo stesso personaggio eccentrico e imprevedibile. Dalí morì a Figueras nel 1989.

***

L’attuale mostra di opere di Dalì presenta incisioni a puntasecca e due libri illustrati in cui l’artista si ispirò a opere di Shakespeare. Si tratta di Molto Rumore per Shakespeare del 1968 che comprende 15 incisioni a puntasecca e II di Shakespeare del 1971 comprende altre 16 incisioni a puntasecca, piene di fluidità ed energia. La mostra presenta anche due libri rilegati su altre opere di Shakespeare – Macbeth (Doubleday, 1946) e As You Like It (Londra, Folio Press, 1953), esempi di illustrazioni di Dalí per testi. Rispetto alla qualità emblematica delle incisioni, le illustrazioni di libri rappresentano passaggi specifici del testo. Macbeth presenta alcune delle illustrazioni più elaborate di Dalí, riproduzioni fotomeccaniche di opere originali su carta, mentre As You Like It è illustrato con riproduzioni di disegni di Dalì di costumi e set per una produzione del 1949.

Anna Maria Di Paolo

Info sito web: http://thedali.org/home.php

 

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CREMONA. Inaugurato il Palazzo delle Arti: col Museo del Violino, l’Auditorium e il Padiglione d’Arte contemporanea

CREMONA. Inaugurato il Palazzo delle Arti:

col Museo del Violino, l’Auditorium e

il Padiglione d’Arte contemporanea

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Cremona, considerata la capitale della liuteria per il ricco patrimonio di preziosi strumenti della Fondazione Stradivari, per la rinomata Scuola internazionale di liuteria e per la presenza attiva di circa 150 botteghe liutarie, ha appena inaugurato il Museo del Violino con quindici esemplari Stradivari, Amati, Guarneri del Gesù, dal valore inestimabile, e l’Auditorium “Giovanni Arvedi”, illuminato imprenditore che ha donato 12 milioni di euro per la sua realizzazione, dopo due anni di lavori.

E’ stata una emozionante sorpresa, non soltanto estetica, visitare il Museo con i preziosi violini, in un percorso interattivo, e poi “vedere” il sinuoso auditorium realizzato, nella costruzione razionale dell’architetto Cocchia negli anni ’40 di cui sono rimaste soltanto le porte e le finestre, trasformata in grande scultura originale a tulipano le cui linee, con sofisticate soluzioni tecnologiche, rincorrono il diffondersi delle onde sonore e la bellezza degli strumenti –, ma anche, e soprattutto, infine, “sentire” la qualità del suono, con un tempo di riverbero di 1,4 secondi!

Ascoltare così la Sarabanda per violino di Bach, la prima sonata di Mozart, la prima crociata di Monteverdi, e una sonata di Vivaldi eseguite con un violino Stradivari del 1727 dal maestro Antonio Di Lorenzo, posto nel palco al centro della scena, altra soluzione coinvolgente, è stato davvero avvincente.

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L’ auditorium di 475 posti è stato progettato dagli architetti Giorgio Palù e Michele Bianchi, con toni cromatici caldi e luminosi del rivestimento in legno e il colore tenue delle poltrone che rendono caldo e accogliente l’ambiente, mentre l’acustica è stata studiata dall’ingegnere del suono Yasuhisa Toyota ad tale livello di perfezione che si potrà incidere durante la stessa esecuzione. Per l’insonorizzazione della sala ogni metro quadro del soffitto è stato rafforzato con un quintale di cemento, mentre il pavimento è stato abbassato di un piano, giacché non si poteva alzare il soffitto per non alterare la struttura razionale del salone. In tal modo è stata ottenuta “un’acustica naturale”, senza microfono, da qualsiasi punto. La qualità della musica infatti è eccellente.

Bach diceva che la musica è l’architettura dei suoni e qui anche l’architettura, che è più propriamente fisica, è stata pensata secondo la propagazione del suono trasformando un’emozione in immagine architettonica, una vera osmosi tra musica e architettura. In tale sinergia si sono ottenuti un ritorno del suono ottimale da qualsiasi posizione si suoni e si ascolti, per cui i suoni non si accavallano mai, e una percezione soggettiva di chi suona a cui torna l’espansione delle note su cui può rapidamente “appoggiarsi” per proseguire l’interpretazione.

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Il Palazzo delle Arti di Cremona, insomma, grazie alla munificenza della Fondazione Arvedi Buschini e all’interesse del Comune, diventerà un polo culturale che al Museo del violino e all’ Auditorium affianca un Padiglione dedicato a mostre di Arte contemporanea legate al tema della musica, una Biblioteca, un laboratorio del Politecnico per ricerche sul suono e un altro dell’Università di Pavia in grado di analizzare lo stato degli strumenti. In tal modo, questo sorprendente centro potrà soddisfare sia le esigenze degli specialisti a livello mondiale sia la comunicazione didattica e culturale de il “saper fare liutario” che, inoltre, è stato iscritto tra i patrimoni immateriali dell’Unesco.

Cremona è, dunque, un esempio di eccellenza culturale che merita un’attenzione più adeguata.

 Anna Maria Di Paolo ©

 

 

 

 

 

 

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VENEZIA. Fortuny e Wagner. 
 Il wagnerismo nelle arti visive in Italia

           VENEZIA. Fortuny e Wagner. 


     Il wagnerismo nelle arti visive in Italia

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MARIANO FORTUNY

In occasione del bicentenario della nascita di Richard Wagner, che ricorre nel 2013, Il Museo di Palazzo Fortuny presenta una grande mostra sull’influenza iconografica ed estetica che il grande musicista e compositore tedesco e il wagnerismo ebbero sulle arti visive in Italia tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Il wagnerismo divenne infatti una moda culturale in letteratura, in musica e in pittura dove si espresse, tra XIX e XX secolo, fra tardo-naturalismo, Simbolismo e Liberty. In quest’ambito Mariano Fortuny occupa un un posizione importante per il Ciclo wagneriano, comprendente 47 dipinti di proprietà del museo e numerose incisioni, presentato per la prima volta. Le opere di Fortuny saranno poste a confronto con quelle di altri autori italiani tra cui Lionello Balestrieri, Giuseppe Palanti, Cesare Viazzi, Eugenio Prati, Gaetano Previati, Alberto Martini, Adolfo Wildt che si ispirarono ai personaggi e alle scene dei drammi musicali di Wagner (Lipsia, 1813 – Venezia, 1883) di cui ricorre nel 2013 il bicentenario dalla nascita.

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BILL VIOLA

La mostra, a cura di Paolo Bolpagni con l’allestimento di Daniela Ferretti, si realizza anche con la collaborazione dell’Associazione Amici di Wagner di Venezia, Città di Lipsia, Klingen Forum, Richard Wagner – Verband Leipzig – presenta oltre 150 opere tra dipinti, incisioni, disegni e sculture, più una sezione documentaria con libri, riviste, illustrazioni e cartoline. A completamento del percorso espositivo, e per attestare l’influsso dell’immaginario wagneriano anche sugli artisti contemporanei, è presentata una selezione di opere di importanti autori internazionali come Joan Brossa, Anselm Kiefer, Antoni Tàpies e Bill Viola.

È inoltre in mostra una rara gouache di Mario de Maria, bozzetto preparatorio per il famoso ritratto perduto della figliastra di Wagner, ed è possibile ammirare la maquette del Teatro di Bayreuth, realizzato da Fortuny nel 1903 e recentemente oggetto di un delicato intervento di restauro finanziato da Venice Foundation.

Anna Maria Di Paolo

Venezia. “Inverno a Palazzo Fortuny“
dall’8 dicembre 2012 all’8 Aprile 2013

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Omaggio a Giulio Turcato al MACRO di Roma

                           Omaggio a Giulio Turcato

                  al MACRO di RomaImage

Giulio Turcato (1912-1995), uno dei maggiori artisti italiani del secondo Novecento, a cento anni dalla nascita, viene ricordato dal MACRO di Roma.

Sono esposti in mostra i più importanti lavori del periodo compreso fra il 1950 e il 1975, allestiti nella Project Room 1, spazio del Museo riservato agli “Omaggi”, programma che indaga le radici storiche dell’arte contemporanea.

Le opere di Turcato, da sempre impegnato sul fronte dell’Astrattismo, testimoniano la tensione fra forma e colore e la ricerca di nuovi orizzonti spazio temporali che ne caratterizzano tutta la produzione artistica: “la mia stesura del colore è istintiva, non razionale, non studiata: è forte la presenza dell’imprevisto, dell’incognito, dell’inconscio” dichiarò l’artista.

Tra le opere più significative in mostra è Comizio (1950), esposta alla Biennale di Venezia dello stesso anno, e la serie Miniere (1950), che costituisce una variante dei temi volti a documentare il clima sociale e politico del periodo; l’artista, invitato dal PCI a visitare le miniere, rimase affascinato soprattutto dalla profondità delle gallerie tanto che a quest’esperienza seguì la creazione di paesaggi onirici, come se le forme astratte rappresentassero l’eco proveniente da quei tunnel sotterranei.Image

Completa il percorso espositivo una ricca documentazione con fotografie, disegni, lettere, scritti, provenienti dall’Archivio Giulio Turcato che ha reso possibile la realizzazione di questa mostra.

La mostra sarà accompagnata da un quaderno MACRO-Quodlibet.

Giulio Turcato, nato a Mantova nel 1912, ma romano d’adozione, firmò nel 1946 il manifesto della “Nuova secessione artistica italiana” e aderì in seguito al “Fronte nuovo delle arti”, a “Forma 1” e al “Gruppo degli Otto” coordinato da Lionello Venturi. Fu, dunque, tra i maggiori interpreti del rinnovamento dell’arte italiana nel dopoguerra. Negli anni Sessanta inizia la serie delle gommapiume/superfici lunari e negli anni Settanta la serie Le Oceaniche, sagome dipinte che espose alla Biennale del 1972. Realizzò poi Le Libertà, forme di legno o di metallo e anche negli ultimi anni sperimentò i colori cangianti su opere di grande formato, le cui varianti di luce rendevano visibili i dipinti al buio. Nell’anno della morte, avvenuta nel 1995, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna gli dedicò un mostra omaggio.

Roma. Giulio Turcato al MACRO, via Nizza 138: da martedì a domenica, ore 11.00-19.00 / sabato: ore 11.00-22.00
Tariffa intera: non residenti 12,00
INFO: http://www.museomacro.org

 

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La Biennale di Venezia 2013 55. Esposizione Internazionale d’Arte curata da Massimiliano Gioni

                            La Biennale di Venezia 2013

55. Esposizione Internazionale d’Arte

curata da Massimiliano GioniImage

 La 55. Esposizione Internazionale d’Arte si svolgerà dal 1° giugno al 24 novembre 2013 ai Giardini e all’Arsenale e in vari luoghi di Venezia.

 

 La Biennale d’Arte sarà formata da una grande Mostra Internazionale, diretta dal curatore scelto, Massimiliano Gioni, e dalle Partecipazioni nazionali che arricchiscono l’arte contemporanea con la loro ricchezza culturale.

 Il titolo scelto da Massimiliano Gioni per la 55. Esposizione Internazionale d’Arte è:

Il Palazzo Enciclopedico” ispirato all’artista italo americano Marino Auriti, autodidatta, il quale nel 1955 ideava “il suo Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità, collezionando le più grandi scoperte del genere umano, dalla ruota al satellite. L’impresa di Auriti rimase naturalmente incompiuta, ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accomuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti visionari che hanno cercato – spesso in vano – di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza. Queste cosmologie personali, questi deliri di conoscenza mettono in scena la sfida costante di conciliare il sé con l’universo, il soggettivo con il collettivo, il particolare con il generale, l’individuo con la cultura del suo tempo.”

ImageAccanto alle opere d’arte ci saranno reperti storici, oggetti trovati e artefatti.

L’immaginario e l’immaginazione sarà, dunque, il filo rosso della Biennale Arte 2013.

Le mostre delle Partecipazioni nazionali, come di consueto, saranno negli storici Padiglioni ai Giardini, oltre che nel centro storico di Venezia e saranno coordinati da Commissari eletti nei rispettivi Paesi partecipanti.

Ci saranno, inoltre, Eventi collaterali, proposti da enti e istituzioni internazionali in concomitanza con la Biennale.

ImageMassimiliano Gioni, classe 1973, è curatore e critico di arte contemporanea di ampia esperienza organizzativa e di collaborazione con importanti riviste d’arte contemporanea tra cui Artforum, Art Press, Frieze, Parkett; ha pubblicato, inoltre, saggi e cataloghi con Charta, Mondadori, Phaidon, Les Presses du Reel e Rizzoli.

 

Anna Maria Di Paolo

 

Venezia. La Biennale di Venezia

  1. Esposizione Internazionale d’Arte: Giardini e Arsenale, dal 1° giugno – 24 novembre 2013.

    http://www.labiennale.org

FB: La Biennale di Venezia

@twitter.com/la_Biennale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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AL MART DI ROVERETO “LA MAGNIFICA OSSESSIONE”

 

AL MART DI ROVERETO 

 

“LA MAGNIFICA OSSESSIONE

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In occasione dei primi dieci anni di vita e di attività, il Mart di Rovereto ha inaugurato due sorprendenti mostre:  

“LA MAGNIFICA OSSESSIONE” opere del Museo rivisitate e “ David Claerbout”, artista olandese, i cui lavori seguono una ricerca innovativa e sorprendente di immagini fisse e in movimento, che si potranno vedere per un anno, fino al 6 Ottobre 2013.

La magnifica ossessione è un’intelligente proposta ideata, in tempo di crisi, dalla nuova direttrice Cristiana Collu – in collaborazione con lo staff del Museo, composto da Nicoletta Boschiero, Veronica Caciolli, Margherita de Pilati, Duccio Dogheria, Daniela Ferrari, Mariarosa Mariech, Paola Pettenella, Alessandra Tiddia, Denis Viva, Federico Zanoner – e annovera ben 1.200 opere, poco o mai viste, di proprietà del Mart. L’esposizione segue un iter che, seppure attento ad un criterio temporale, si snoda in una lettura tematica che ingloba anche le varie attività attinenti alle collezioni: la conservazione, il restauro, le relazioni istituzionali e lo studio, in continua evoluzione. L’operazione culturale risulta, pertanto, non soltanto una riflessione sul valido patrimonio costituito dalle numerose raccolte donate o in deposito nel Museo, ma anche un’indagine sulla storia dell’arte, letta dal Museo sul Museo.

Si ha, insomma, l’impressione che questa imponente proposta sia di per sé come un’installazione continua lungo il filo rosso della storia dell’Arte dai primi del Novecento ad oggi, la quale, infatti, prendendo avvio dall’atelier gipsoteca di Andrea Malfatti, con numerosi nudi e con le successive opere sul tema del ritratto in pittura, passa, quindi, alle altre sale che ospitano 28 sezioni con sculture, pitture e documenti d’archivio, grafica, fotografia, libri, rarità editoriali, manifesti, arte applicata e arredi. Tra questi spiccano le testimonianze sul Futurismo con Casa D’Arte, che ricrea sia l’ambiente realizzato da Depero per l’esposizione di Parigi del 1925, sia i suoi costumi e le tarsie tessili ideate per il balletto “Il canto dell’usignolo” di Stravinskij. Poi ci sono le opere di Morandi, De Pisis, Campigli e una sezione dedicata a Sironi e alle opere destinate alla decorazione degli edifici pubblici negli anni Trenta, oltre che ai progetti dell’Architettura Razionalista. Si passa al dopoguerra con opere tra il Realismo di Renato Guttuso e l’Astrazione di Emilio Vedova; gli Sessanta e Settanta mostrano lavori della Pop Art e della Poesia Visiva, e, quindi alle opere del Minimalismo e della Scuola romana di Piazza del Popolo con Mimmo Rotella, Mario Schifano e Tano Festa. Inoltre, ben rappresentati sono i gruppi nucleari di Milano e molti lavori di Lucio Fontana, dell’Informale e dell’arte Cinetica. Negli anni Ottanta e Novanta opere della Transavanguardia fanno da pendat ai comics di disegnatori come Andrea Pazienza e Lorenzo Mattotti e ai fumetti come Cannibale, RankXerox e Frigidaire.

L’ultima sezione “Mondi e rappresentazione”, infine, facendo perno sui concetti di identità e multiculturalità, espone opere di Joseph Beuys, Irving Penn, Christian Boltanski, Alighiero Boetti e la grande istallazione di Richard Long “Seconda natura”.

La mostra lungo il percorso ospita, inoltre, anche lavori pensati e realizzati da artisti contemporanei i quali contribuiscono così a trasformare il Museo stesso da realtà statica a dinamica continuità col presente.

Così, Emilio Isgrò con “Cancello il Manifesto del Futurismo” fa emergere dal testo cancellato di Marinetti, con cui ha tappezzato una sala, le frasi “ Noi vogliamo cancellare. Noi vogliamo sognare” indicando ai giovani un “segno forte”, un’utopia ancora da prefiggersi.

Lo spagnolo Paco Cao presenta “Invertito”, il site specific di 12 quadri dell’ 800 del Museo di cui si vede soltanto il retro con le annotazioni nel tempo, quasi un’interpretazione teatrale dei dipinti antichi, lontano dal gesto concettuale di Paolini, nel mentre Cao, infatti, ne vuole sottolineare gli elementi storico-sociologici.

Liliana Moro in “Dicono di lei” presenta un suo lavoro “ Underdog”, costituito da cinque cani in bronzo a grandezza naturale – gruppo scultoreo già allestito nella galleria di Emi Fontana nel 2005 – in cui gli animali sono un’allegoria umana sulla lotta, sul sopruso e sulla trapasso e, contemporaneamente, ha scelto, nel Museo, opere di artiste, tra cui Ketty La Rocca, da cui ha derivato il titolo, per rendere un omaggio alla creatività delle donne. 
Christian Fogarolli con “Antenate bestie da manicomio”, ha elaborato, da una ricerca d’archivio su fotografie, cartelle e diari clinici, lettere private e documenti del primo Novecento, delle stampe di lastre fotografiche, ricostruendo introspettivamente vite sconosciute, attraverso volti e corpi di fotografia criminale, a cui ha impresso non il carattere della “diversità” della scienza psichiatrica del tempo, ma lo stigma e l’ “iconografia del sacro” giungendo a immagini forti e dolorose.

Paolo Meoni in “ Unità residenziale d’osservazione” presenta un video realizzato con la tecnica dello stop motion, a partire da un montaggio di 1600 fotografie digitali con vedute urbane di ambienti di lavoro, selezionate dal proprio archivio. Si tratta, quindi, di edifici in costruzione o in ristrutturazione nelle zone industriali e nelle periferie urbane che, divenendo un tutt’uno col nucleo storico della città, trasformano radicalmente l’ambiente.

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** La seconda mostra è dedicata a David Claerbout che ha realizzato una ricerca su immagini fisse e in movimento con una complessa implicazione della dimensione temporale. L’artista ha calibrato, così, le sue opere nel rapporto tra cinema, arte contemporanea e fotografia, valorizzando orientamenti inconsueti della percezione ottenendo effetti estetici e concettuali originali. L’allestimento dell’architetto portoghese Pedro Sousa ben si addice non soltanto alle installazioni di Claerbout, ma anche all’architettura del Mart di Mario Botta creando quasi un unico ambiente modulato, in cui le opere catalizzano l’attenzione dello spettatore in una avvolgente spazialità.

Claerbout combina immagini ferme su cui proietta altre in movimento scandendo così ogni attimo. L’artista, inoltre, crea una suggestione affascinante con la mescolanza di riprese della stessa scena da diverse angolazioni utilizzando una serie di macchine fotografiche con cui realizza centinaia di scatti in poco tempo per una stessa composizione. Poi con una selezione accurata costruisce l’opera producendo un effetto di sospensione che prolunga un singolo istante.

Così, in “ Rocking chair” del 2003 la video installazione è visibile in entrambi i lati e, sul retro, dal controcampo dell’immagine della donna sul dondolo sullo sfondo del giardino, si ha l’impressione di essere all’interno della casa.

In “Bordeaux Piece”, a colori, del 2004, l’azione sembra sempre la stessa, mentre è diversa nel passaggio dall’alba alla notte e questo slittamento temporale genera “una sorta di incantamento temporale” giocato sulla “durata dell’evento”.

Analogo intento si evince in “Sections of Happy Moment” del 2007, dove viene perseguita la molteplicità dei punti di vista nel medesimo istante. All’opposto, in “Riverside” del 2009 egli mostra due eventi che appaiono contemporanei mentre, invece, si svolgono in tempi differenti.

Anche in “The American Room” del 2009 e “The Quiet Shore” del 2011, Claerbout attua, con un movimento impercettibile, una narrazione reale soltanto all’ apparenza, mentre in realtà è artefatta per effetto di sofisticati taglia e cuci che affascinano per il vigore della visione.

Le sequenze in cui egli ordina le fotografie, trasformandole in una proiezione video, danno l’impressione, poiché alterano la percezione lineare del tempo, che il film segua uno sviluppo narrativo che non è di certo l’obiettivo dell’Artista.

Quasi tutti i video sono in un rigoroso bianco e nero, il che aumenta la suggestione nello spettatore, sospeso in un’azione minimale, priva di consuete conclusioni.

David Claerbout poco noto in Italia, negli ultimi anni è stato protagonista, però, di importanti personali tenutesi al Centre Pompidou, Parigi nel 2007; al De Pont Museum for Contemporary Art, Paesi Bassi nel 2009; al Wiells, Bruxelles e al San Francisco Museum of Art nel 2011; alla Secession, Vienna e alla Parasol unit foundation for contemporary Art, Londra nel 2012 e di mostre internazionali sul tema della dimensione temporale dell’immagine che amplia la percezione.

Correda l’esposizione un ricco catalogo, curato, come la mostra, da Saretto Sarcinelli, ed è edito dal Mart.

L’accoglienza del Museo e della stessa cittadina di Rovereto fanno di queste due proposte al Mart un’occasione da non perdere.

Anna Maria Di Paolo

 

Rovereto. MART, Corso Bettini. La magnifica ossessione” e David Claerbout  fino al 6 ottobre 2013; da martedì alla domenica 10 – 18 

Venerdì 10 – 21. Lunedì chiuso, eccetto festivi. Numero verde 800397760. http://www.mart.tn.it

 
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