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BIENNALE ARTE 2019. “MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES”

BIENNALE ARTE 2019. “MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES”

La Biennale Arte 2019 “Contro la semplificazione, il conformismo e la paura”, invita ad una riflessione col motto “May You Live In Interesting Times”, scelto dal direttore Ralph Rugoff.

Se è vero, del resto, che l’arte non cambia la storia politica di movimenti nazionalisti e di governi autoritari, tuttavia, aiuta, con una sua visione sociale, a vivere senza paraocchi e preconcetti. Triste, ad esempio, è la visione del Padiglione Venezuela chiuso ai Giardini per via della difficile situazione politica del Paese che suscita raggelanti motivi di riflessione!

Ma è, per fortuna, l’unico caso perchè, infatti, a Venezia l’inno all’arte con 79 Artisti invitati e 90 Partecipazioni Nazionali si espande non soltanto nei luoghi istituzionali come gli storici Padiglioni ai Giardini e all’Arsenale, ma anche nel centro storico, nelle calli, nei magnifici Palazzi, nelle Chiese e nelle Isole in cui gli artisti divulgano la sfida per vivere questi tempi interessanti e complessi.

Gli Artisti alla Biennale propongono, insomma, significati alternativi alle contraddizioni del presente e stimolano a non rassegnarsi alla violenza individuale e collettiva e alle disuguaglianze nella distibuzione del benessere, a cui sono legate, ad esempio, le migrazioni.

Tale è il tragico destino dei profughi a cui è legata anche l’esposizione all’Arsenale, da parte dell’artista svizzero Christoph Büchel, del relitto del peschereccio affondato nel Mediterraneo, con 700 migranti morti e che induce alla riflessione. O, ancora, l’eclatante caso del “Rifugiato dello spazio” in cui l’artista turco Halil Altindere racconta la storia vera di Muhammed Ahmed Faris, astronauta siriano che, nel 1987, viaggiò nello spazio nella spedizione sovietica, ex eroe nazionale e oggi oppositore del regime, diventato esule ad Istanbul!

I numerosi interventi artistici dal mondo riferiscono, dunque, la condizione dell’individuo ancora oppresso da divisioni, da guerre numerose e dai muri, come quello di “Ciudad Juarez” di Teresa Margolles, ai Giardini, crivellato dai colpi e con filo spinato che rimanda alla crudeltà della narcoviolenza nel suo Messico; opera forte che ha ricevuto una menzione speciale dalla Giuria.

All’arrivo, curiosità suscita la nebbia che avvolge il Padiglione centrale ai Giardini: “no problem”, proviene dall’installazione di Lara Favaretto, l’unica artista italiana invitata, insieme a Ludovica Carbotta. La prima, poi, in Snatching all’Arsenale, espone blocchi di cemento con sue impronte a cemento liquido per raffigurare confini fisici e problemi nella città; mentre la Carbotta, col progetto “Monowe”, presenta un frammento di città del futuro con uno stile di vita individualistico, progettato quindi per una sola persona, a forma di torre di guardia capovolta, a significare l’assurdità di controllo. Caratteristica della 58ª Edizione è che gli Artisti invitati sono solo viventi e, per la prima volta, in prevalenza donne, 20 di origine statunitense e altre afro-asiatiche; inoltre il direttore Rugoff ha diviso le opere in Proposta A , ai Giardini, e, Proposta B, all’Arsenale, con un certo strabismo mnemonico e percettivo!

Ma, iniziamo l’itinerario nel Pad. Centrale: sorprendente Maria Loboda con opere in corridoi spiazzanti lattiginosi; Michael Smith con un’installazione di incudini vere nello storico giardino di Carlo Scarpa; l’indiano Shilpa Gupta e il suo “Cancello mobile oscillante”, simbolo di resistenza fisica e ideologica di confini, di potere e censura, mentre all’Arsenale impetuosa è la sua simbolica installazione di microfoni e fogli trafitti in una babele di voci di 100 poeti incarcerati per le loro opere nel mondo.

Ai Giardini impressionante è anche “Bloody clean machine” dei cinesi Sun Yuan e Peng Yu nel tentativo vano di pulire il sangue- inchiostro rosso, sparso a terra, nella relazione alienante uomo- robot.

E poi il sud coreano Suki Kong con “Ritratti scultorei” della nonna in piena tradizione, come anche gli intimisti merletti delle australiane Margaret & Christine Wertheim o le stoffe di Rosemarie Trockel, Alexandra Bircken e Yin Xiuzhen. E ancora la presenza insolita di un Lama tibetano: Khyentse Norbu con un video ascetico, ambientato in “Monastero Buddhista in Nepal”.

Giardini-Arsenale: snervante!

Tra le tante sculture, video e installazioni, spiccano le opere di Jimmie Durham, “Leone d’Oro alla Carriera” autorevole per età e per poetica, il quale assembla oggetti poveri con suggestiva simbologia nelle enormi sagome di animali in via di estinzione, denunciando l’ irresponsabilità dell’Uomo verso la Natura.

Emozionali anche i video, limitati quest’anno per scelta del Direttore preferendo pittura e fotografiadi immediata visione; tuttavia non mancano video digitali, come quello dell’ inglese Ed Atkins, all’Arsenale: «Old Food», abbastanza inquietante per l’ infausta e allarmante previsione di un mondo perduto.

E poi raggelante appare l’installazione all’Arsenale di Alexandra Bircken, “Eskalation”, con 40 figure in latex nero che pendono dal soffitto, visione distopica della fine dell’umanità.

La denuncia, invece, di George Condo nel dipinto “Facebook” è più reale nel raffigurare le falsità di bot e troll dei social network, come anche quelle di Arthur Jafa e Kahlili Joseph che, intrecciando più schermi con la multidimensionalità web, giornali e tv, sottolineano la precarietà dell’informazione tra realtà e finzione.

Non manca il riferimento al razzismo di Henry Taylor che indica quanto grande sia ancora, in America, il pregiudizio dei bianchi verso i neri.

E poi la denuncia di violenza, con immagini di varia umanità che ha subito abusi di ogni genere a Calcutta, da Soham Gupta: venti scatti drammatici di volti e corpi che evocano tuttavia la sofferenza universale.

Vivace anche il tema sulla “comunità LGBTI” di Zanele Muholi che, con fotografie in bianco e nero, ritrae se stessa per opporsi ai tanti pregiudizi contro gli stereotipi di genere.

Ma tantissimo c’è ancora, basti ricordare le 90 partecipazioni nazionali nei Padiglioni che come sempre suscitano curiosità e critiche e sono presi d’assalto, per cui le file sono estenuanti: in primis a quello della Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, Russia, Giappone, Australia e Svizzera, Brasile, Austria, Israele e il Belgio che ha avuto una menzione speciale dalla Giuria, e il Padiglione della Lituania “Sun & Sea” a cui è stato assegnato il Leone d’oro.

E ancora all’Arsenale: gli Emirati Arabi, Argentina, India con omaggio a Ghandi, Cina, e tra altri il Ghana, con inno alla sua indipendenza dal colonialismo.

Il Padiglione Italia,infine, a cura di Milovan Farronato, è ispirato a Calvino in riferimento all’intricata rete di calli a Venezia . Una “ sfida del Labirinto” che riunisce opere di Liliana Moro – con lavori storici associati ad altri nuovi- Enrico David – con figure grottesche e oggetti vari – e Chiara Fumai – morta prematuramente nel 2017, con opere già esposte e una produzione inedita- : tutte ispirate alla complessità e indeterminatezza del mondo contemporaneo in cui, tuttavia, attraverso la conoscenza si cerca l’uscita verso la Libertà, alle note di “Bella Ciao”.Circa 20, inoltre, sono gli eventi collaterali, tra cui Baselitz all’Accademia, Pascali alle Zattere, Gorky a Ca’ Pesaro e la mostra di Chiara Dinis al Museo Correr, tra le attività “Educational”.

Critiche? Tante, ma teniamo buona la favola di Esopo su “Il contadino, il figlio e l’asino” perché alla fine ciò che conta è l’ invito dell’Arte a riflettere sulla complessità umana e sulle relazioni connesse.

Anna Maria Di Paolo

Fino al 24 novembre 2019

Immagini:

Jimmie Durham, Leone d’Oro alla carriera

Sun Yuan e Peng Yu, Bloody clean machine

Christoph Büchel, relitto del peschereccio affondato nel Mediterraneo

Lara Favaretto, No problem

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BIennale 2019

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BIennale 2019

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I premi della Biennale Arte 2019

La Biennale di Venezia

58. Esposizione Internazionale d’Arte

May You Live In Interesting Times

 

Premi della 58. Esposizione Internazionale d’Arte

La Giuria della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, composta da Stephanie Rosenthal (Presidente di Giuria, Germania), Defne Ayas (Turchia/Olanda), Cristiana Collu (Italia), Sunjung Kim (Corea) e Hamza Walker (USA), ha deciso di attribuire così i premi ufficiali:

 

Leone d’Oro per la miglior Partecipazione Nazionale:

 

LITUANIA

Sun & Sea (Marina)

Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite

Commissario: Rasa Antanaviciute. Curatore: Lucia Pietroiusti.

Sede: Magazzino No. 42, Marina Militare, Arsenale di Venezia, Fondamenta Case Nuove 2738c

 

Una menzione speciale è stata attribuita alla Partecipazione Nazionale:

 

BELGIO

Mondo Cane

Jos de Gruyter & Harald Thys

Commissario: Fédération Wallonie-Bruxelles. Curatore: Anne-Claire Schmitz.

Sede: Giardini

Leone d’Oro per il miglior partecipante alla Mostra Internazionale May You Live In Interesting Times a:

Arthur Jafa

(n. 1960 Stati Uniti, vive e lavora a Los Angeles)

 

Leone d’Argento per un promettente giovane partecipante alla Mostra Internazionale May You Live In Interesting Times a:

Haris Epaminonda

(n. 1980 Repubblica di Cipro, vive e lavora a Berlino)

 

La Giuria ha inoltre deciso di assegnare due menzioni speciali ai partecipanti:

Teresa Margolles

(n. 1963 Messico, vive e lavora a Città del Messico e Madrid)

 

Otobong Nkanga

(n. 1974 Nigeria, vive e lavora ad Anversa)

 

La cerimonia di premiazione della 58. Esposizione Internazionale d’Arte è avvenuta oggi 11 maggio 2019 a Ca’ Giustinian. Il Cda della Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta, ha attribuito inoltre, su proposta del Curatore della 58. Esposizione Ralph Rugoff, il Leone d’oro alla carriera a Jimmie Durham (USA).

 

Le motivazioni

I premi della Giuria internazionale sono assegnati con le seguenti motivazioni:

 

Leone d’Oro per la miglior Partecipazione Nazionale alla Lituania per l’approccio sperimentale del Padiglione e il suo modo inatteso di affrontare la rappresentazione nazionale. La giuria è rimasta colpita dall’originalità nell’uso dello spazio espositivo, che inscena un’opera brechtiana, e per l’impegno attivo del Padiglione nei confronti della città di Venezia e dei suoi abitanti. Sun & Sea (Marina) è una critica del tempo libero e della contemporaneità, cantata dalle voci di un gruppo di performer e volontari che impersonano la gente comune.

 

Menzione speciale come Partecipazione Nazionale al Belgio. Con il suo humor spietato, il Padiglione del Belgio offre una visione alternativa degli aspetti, spesso trascurati, dei rapporti sociali in Europa. L’inquietante rappresentazione di una serie di personaggi che hanno l’aspetto di fantocci meccanici ispirati a stereotipi di folklore fanno sì che il Padiglione agisca su vari registri creando due, se non più, realtà parallele.

 

Leone d’Oro per il miglior partecipante alla Mostra Internazionale May You Live In Interesting Times a Arthur Jafa per il suo film del 2019 The White Album (sede: Padiglione Centrale, Giardini), che è in egual misura un saggio, una poesia e un ritratto. Jafa utilizza materiale originale e d’appropriazione per riflettere sul tema razziale. Oltre ad affrontare in modo critico un momento carico di violenza, nel ritrarre con tenerezza gli amici e i familiari dell’artista il film fa anche appello alla nostra capacità di amare.

 

Leone d’Argento per un promettente giovane partecipante alla Mostra Internazionale Haris Epaminonda per le sue costellazioni che uniscono in un’attenta costruzione immagini, oggetti, testo, forme e colori, fatte di memorie frammentate, storie e connessioni frutto dell’immaginazione; per mostrarci che la dimensione storica e quella personale possono essere compresse in un intreccio di molteplici significati, potente e duttile al tempo stesso.

 

Due sono le menzioni speciali attribuite quest’anno ai partecipanti:

 

Teresa Margolles, per le sue opere acute e commoventi che trattano il dramma delle donne gravemente coinvolte dal narcotraffico nel suo Messico, creando potenti testimonianze che spostano strutture esistenti nel mondo reale alle sale espositive.

 

Otobong Nkanga, per la sua ricerca continua e carica di ispirazione attraverso i media nella politica della terra, del corpo e del tempo.

 

 Venduti 23.000 biglietti prima dell’apertura.

 

 

A. M. D. P.

INFO. La Biennale di Venezia|

https://www.labiennale.org/it/arte/2019

Facebook: La Biennale di Venezia | Twitter: @la_Biennale | Instagram: labiennale

 

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Padiglione dell’Argentina alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

Padiglione dell’Argentina

alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

El nombre de un país – “Il nome di un paese” dell’Artista Mariana Telleria, classe 1979, nata a Santa Fe’, con un progetto site specifico al Padiglione dell’Argentina, Sala d’Armi, Arsenale, rappresenta l’Argentina.

L’installazione di Mariana Telleria, composto da sette sculture monumentali sembrano un archivio in cui i simboli tradizionali perdono la loro sacralità: così la religiosa con le numerose croci, la spazzatura, la moda, lo spettacolo e la natura.

Alla fine l’Artista rappresenta la realtà ovvero la convivenza caotica degli oggetti tra cultura e natura, tra ordine e disordine in cui, nonostante la contraddizione, c’è la vita.

Così la quotidianità, la natura e il sacro presentano significati forti e attendibili.

  Curatore: Florencia Battiti

Commissario: Sergio Baur.

Mariana Telleria ha realizzato progetti site specific, installazioni, spettacoli individuali e collettivi in varie città, nonché in istituzioni private e pubbliche in Argentina e all’estero. Tra questi: Ficción primitiva, galería Ruth Benza-car, Buenos Aires (2018); Dios es inmigrante, BIENALSUR, Museo de la Inmigración, Buenos Aires, (2017); Ripetizione, Fondazione Boghossian, Bruxelles (2016), “Tumba del soldato desconocido”, Universidad Nacional de La Plata, Buenos Aires (2015), Las noches de los dias, Museo Municipal de Bellas Artes Juan B. Castagni-no, Rosario (2014) ), Alcuni artisti artisti, Marian Goodman Gallery, New York (2013), Queremos ver, Espacio Contemporáneo Fundación Proa, Buenos Aires (2013), El primer momento de la existencia de algo, River Pla-te Stadium. Ensayo de Situación II, organizzato dal Dipartimento artistico dell’UTDT, Buenos Aires, (2013), Los angeles, galería Ruth Benzacar, Buenos Aires (2013), The Ungovernables, New Museum Triennial, New York (2012), Mortal Kombat, Museo de Arte Moderno, Buenos Aires (2011), El nombre de un país, Galería Alberto Sendrós (2009).

Lavora e vive a Rosario, in Argentina.

AnnaMaria Di Paolo

Venezia, BIennale,

Pavilion of Argentina, Sala d’Armi, Arsenale fino al 24 Novembre 2019,

Da martedì a domenica 10.00 – 18.00

Lunedì chiuso

Press patagoniadreamer@gmail.com

oja@mrecic.gov.ar

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“Arshile Gorky: 1904 – 1948” alla Ca’ Pesaro di Venezia

“Arshile Gorky: 1904 – 1948”

alla Ca’ Pesaro di Venezia

La Fondazione Musei Civici di Venezia presenta la prima ampia retrospettiva mai realizzata in Italia su “Arshile Gorky: 1904 – 1948”, uno dei protagonisti dell’Espressionismo Astratto, con 80 opere.

Gorky, armeno, trasferitosi nel 1920 negli Stati Uniti, per sfuggire al genocodio determinato dall’invasione turca del suo Paese, portò con sé la conoscenza della cultura europea tanto che la sua pittura in quegli anni risentì dell’influenza di Braque, Cézanne e soprattutto di Picasso a cui si ispirò per i ritratti.

A New York studiò alla Grand Central School of Art e divenne insegnante di disegno inserendosi presto anche nell’ambiente artistico americano ed ebbe per amico Stuart Davis, J. Graham e de Kooning.

Raggiunse prontamente uno stile personale e la sua pittura fu apprezzata anche da Breton di cui fu amico insieme ad altri artisti surrealisti europei emigrati negli Stati Uniti, come Miró e Masson. Frequentò anche Matta.

Iniziò una pittura composita in cui, mescolando forme vegetali ed elementi fluttuanti in spazi indistinti, evocava un suo personale spazio originario.

Nel 1931 tenne con successo la prima personale a Filadelfia nella quale emerse la complessità delle sue conoscenze artistiche e gli influssi che lo porrtarono ad essere una delle figure centrali nell’ Avanguardia americana del XX secolo, con de Kooning, Pollock, Rothko, Calder e Noguchi. I suoi dipinti testimoniano, infati, il suo eclettismo nello stile e nei temi enunciati. Gorky passò dai primi ritratti concreti di famiglia e di amici ad una sintesi cubista e surrealista con “forme biomorfiche” sia nei paesaggi sia nelle nature morte degli anni ’30, esplicando la sua “sensibilità europea” nel contesto americano.

La retrospettiva alla Ca’ Pesaro, realizzata in collaborazione con “The Arshile Gorky Foundation” e con i familiari, espone anche opere mai mostrate prima. Altri prestiti, inoltre, provengono da: National Gallery di Washington; Tate Gallery di Londra; Centre Pompidou di Parigi; Whitney Museum di N.Y.; Hirshhorn Museum di Washington e, tra altri, il Gulbenkian Foundation di Lisbona.

Un’ antologica a Ca’ Pesaro, dunque, in occasione della Biennale Arte, che documenta l’iter della sua ricerca artistica efficace e prolifica.

Gorky non si pose mai confini né nella vita – cambiò anche nome in onore dello scrittore russo Maxim Gorky – nè nell’arte in cui evocò in vari modi sia la “tragedia personale” della straziante infanzia perduta sia “nazionale” in uno stile che sintetizza le Avanguardie storiche europee, e le Avanguardie newyorkesim fino all’ Astrazione.

Conosciuto e apprezzato, quando ebbe anche successo economico lavorò per la prima volta senza preoccupazioni finanziarie, come scrisse con soddisfazione alla sorella in una lettera.

La mostra, curata da Gabriella Belli e da Edith Devaney, presenta anche disegni come “Nighttime, Enigma and Nostalgia” che seguono l’iter dell’astrazione. E poi opere come “Apple Orchard” che rivelano quanto gli giovasse la vita in campagna per l’ affinità perduta con la natura e col paesaggio che espresse con stile scorrevole.
In mostra anche le ultime opere come ” The Liver is the Cock’s Comb”, con evocazione e ricordi dei giardini dell’Armenia; e “One Year the Milkweed” dipinto astratto lirico e spigliato, con forme biomorfe surrealiste, con procedura dell’automatismo.

L’iter artistico di Gorky, in sintesi, rispecchia la complessità della sua esistenza, segnata anche da due guerre mondiali e dall’adattamento as una megalopoli come New York che nel frattempo divenne capitale artistica su Parigi. Fece di tutto per adattarsi, formò una famiglia, ebbe due figli, soggiornava spesso in una Farm in Virginia dove lavorò intensamente in un ritrovata serenità a contatto con la natura da cui ricavò nuovi stimoli. Tradusse, infatti, quella quiete in allegorie visive e in nuove forme metamorfiche, vicine alla sua sensibilità. Tuttavia, la sua vita terminò in modo atroce, dopo una serie di disgrazie. Un incendio della sua casa, infatti, distrusse 27 dipinti e tantissimi disegni, si ammalò di cancro, ebbe un incidente d’ auto che gli impedì di lavorare e col divorzio perse anche i figli. Sta di fatto che, totalmente in crisi, si impiccò nel 1948.
Di Arshile Gorky ( 1904 – 1948) rimane il suo lavoro di astrazione lirica che, con un nuovo linguaggio, influenzò l’arte americana. Suoi dipinti e disegni sono presenti in tutti i principali musei americani e del mondo.

Anna Maria Di Paolo

“Arshile Gorky: 1904 – 1948” Ca’ Pesaro- Galleria Internazionale d’Arte Moderna Santa Croce 2076, Venezia, dal 9 maggio al 22 settembre 2019,

Stampa: press@fmcvenezia.it; Roberta Barbaro gestione3@studioesseci.net; info@andreaschwan.com

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REMAINS. SHEELA GOWDA AL PIRELLI HANGAR BICOCCA

Milano. Al Pirelli HangarBicocca

“Remains” di Sheela Gowda

Sheela Gowda per affrontare la “sfida” ad esporre le sue installazioni in una mostra all’Hangar Bicocca ha studiato e ha lavorato per due anni; del resto, chiunque conosca questa gigantesca cattedrale industriale convertita all’arte rimane intimorito dai suoi spazi smisurati.

Sta di fatto, però che l’ Artista indiana, che ben conosce l’Italia per aver partecipato sia alla Biennale Arte di Venezia sia ad una esposizione al MAXXI di Roma nel 2011, dopo l’iniziale perplessità, ha ideato l’esposizione con un cospicuo nucleo di opere realizzate nell’arco di più di vent’anni, dal 1996 ad oggi, inserendo anche una nuova produzione, attuata appositamente per questa prima grande mostra personale in Italia.

Nei monumentali spazi delle Navate si snodano, dunque, opere elaborate con tante tecniche, forme, cromie e materiali per le quali lei ha trovato una sintesi di espressività sia astratta sia figurativa.

Sheela Gowda, classe 1957, studi in India e a Londra, ha sviluppato la sua ricerca attraverso la commistione tra le tradizioni artistiche dell’India e le forme d’arte internazionali tanto che riconoscimenti importanti sono venuti alle sue opere che fanno parte di collezioni quali la Tate di Londra; il MoMA e il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, e, tra altri, il Kiran Nadar Museum di Nuova Delhi.

Alla Pirelli HangarBicocca le opere esposte rivelano l’intensità della poetica di Gowda la quale, partendo dalla validità emblematica dei materiali, degli oggetti e degli scarti arriva a trasformare le forme originarie che così assumono nuovi significati.

Le sua composizioni simboliche sono ottenute da materiali semplici come i capelli umani tessuti che, venduti all’Occidente per fare parrucche o offerti nei templi come voto, hanno un significato sia politico sia allegorico.

Altri materiali: filo, incenso e kumkum – curcuma, pigmento naturale rosso brillante – sono spesso ispirati alle esperienze di lavoro quotidiano delle persone emarginate in India e anche ai rituali religiosi indù.

Lo sterco di vacca, inoltre, usato dall’artista nelle istallazioni “Mortar Line” e in “Stock” – nell’ India rurale era fertilizzante, combustibile e isolante nelle costruzioni – è usato come materiale collegato sia alla vita quotidiana delle donne indiane sia al carattere sacro della mucca.

Anche coi materiali architettonici e di scarto trovati quali legno, metallo e pietra Gowda sonda le complessità della vita del suo Paese, realizzando ad esempio l’installazione “Darkroom”: fusti di catrame, raccolti dai costruttori di strade a Bangalore e sistemati come loro “casa” di due metri, a mo’ delle baracche di lamiera di tanti abitanti delle baraccopoli indiane. Una realtà drammatica a cui la Gowda aggiunge una prospettiva inattesa praticando piccoli fori nel soffitto che, lasciando filtrare la luce dall’alto, evocano un cielo notturno stellato nel contrasto tra realtà e sogno. Materiali umili che si riferiscono alla storia dell’urbanizzazione di Bangalore che ha sopraffatto le tradizioni artigianali locali in un paese in via di sviluppo, che, tuttavia, nella contraddizione, si rifà all’universalità della speranza e dell’aspirazione.

“Capelli” dipinti di kumkum, lungo 15 Km, come “To be title” o

“ E ditegli del mio dolore” sono opere che rimandano al lavoro delle donne sempre più emarginate e sottovalutate nell’ India attuale; così “porte trovate” e colorate in “Margins” che hanno una loro intensa suggestione o i 200 blocchi di granito abbandonati nelle strade di Bangalore e da lei prelevati a formare l’installazione “Stopover” .

La mostra, curata da Nuria Enguita, Direttrice di Bombas Gens Centre d’Art, Valencia, e Lucia Aspesi, continua con “Se hai visto il desiderio” ispirato ad un luogo di preghiera, ma con l’attenzione sui materiali: l’ acciaio lucido del palo e le bandiere triangolari variopinti con lustrini, sintesi di idee tra un prodotto industriale locale e merce cinese dei mercati di Hong Kong, nel segno della circolazione delle idee.

E “And that is no lie” – 270 metri di stoffa rossa, impregnata di colla e kumkum con aghi da cucito, imponente cascata di materiale, tenda rossa tagliata a zigzag triangolari – fa riferimento alla periferia indiana con un intendimento diverso dalla precedente, sebbene entrambe usino il tessuto per le bandiere.

Insomma, i materiali che riflettono il sistema economico, politico e sociale del subcontinente indiano con Sheela Gowda prendono una forma e un linguaggio comprensibili da tutti. E la sua pratica di trasformazione della materia non va enfatizzzata pur essendo simile ad un rituale che trasforma lo “stato della mente”.

L’ artista, in conclusione, ha precisato che l’ imprinting indiano delle sue opere non vuole indugiare sulla “retorica pauperistica” né su un ideale compiacente preferendo lasciare allo spettatore la spontanea partecipazione emotiva nell’ approccio garbato, effimero, a anche concreto del processo creativo.

Anna Maria Di Paolo

Milano. Pirelli HangarBicocca, via Chiese, 2. Fino al 15/09/2019

Ingresso gratuito: Giovedì, Venerdì, Sabato, Domenica 10 – 22

Stampa angiola.gili@hangarbicocca.org

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ALLE GALLERIE DELL’ACCADEMIA DI VENEZIA LEONARDO DA VINCI. L’UOMO MODELLO DEL MONDO

ALLE GALLERIE DELL’ACCADEMIA DI VENEZIA

LEONARDO DA VINCI. L’UOMO MODELLO DEL MONDO

“Leonardo da Vinci. L’uomo modello del mondo” è la mostra con 70 opere dedicata a Leonardo da Vinci dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, nei cinquecento anni dalla morte. Si parte dall’ “Uomo Vitruviano” e dagli studi preparatori per alcuni dipinti, come la celebre “Battaglia di Anghiari” e la “Sant’Anna con la Vergine e il Bambino”, 25 disegni di proprietà delle Gallerie.

Altre opere autografe del genio toscano sono presenti per i prestiti straordinari da Collezioni europee e americane che hanno consentito questa rara mostra, promossa dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, in collaborazione con “Associazione Metamorfosi” di Roma.

L’”Uomo Vitruviano”, disegno a penna e inchiostro su carta, colloca il corpo umano nel cerchio e nel quadrato, figure geometriche considerate perfette oltre che da Vitruvio, anche da Euclide, L. B. Alberti e dai Neoplatonici rinascimentali, e che lui ha disegnate però secondo la “Sezione Aurea”. Una sintesi armonica che interseca le due figure antropometriche che Vitruvio aveva indicato però distinte come: l'”homo ad quadratum” e l'”homo ad circulum”.

Fisico e spirito, corpo e mente, microcosmo riflesso del macrocosmo, pratica e teoria sperimentale rinascimentale diventano in Leonardo un modello anche per ogni costruzione architettonica.

Il disegno, eseguito a Milano verso il 1490, fa coincidere il centro del cerchio con l’ombelico e il fulcro del quadrato con l’ inguine a simboleggiare che il cerchio è l’emblema della perfezione del cielo e della divinità, e il quadrato l’ immagine della robustezza della terra.

Presenti anche i disegni ”Adorazione dei pastori” del periodo giovanile, due Studi per “ Il Cenacolo” – a pietra rossa su carta bianca, con iconografica diversa però da quella poi dipinta da lui in Santa Maria delle Grazie – e le “Tre figure femminili danzanti” attribuibili all’ultimo periodo ad Amboise.

Altri rari fogli coinvolgenti provengono dalla Royal Collection del Castello di Windsor, dalla National Gallery di Washington, dal Fitzwilliam Museum di Cambridge, da Francoforte e dalla The Morgan Library & Museum di New York, come il codice Huygens attribuito a Carlo Urbino da Crema: manoscritto rinascimentale che trascrive le riflessioni di Leonardo sul movimento dei corpi, sulla prospettiva e sulla divina proporzione.

E’ documentato anche l’importante soggiorno di Leonardo a Venezia nel 1500: con Luca Pacioli che lo aiutò ad acquisire le conoscenze matematiche, il rapporti con la potente famiglia Grimani, il ruolo di Ermolao Barbaro, umanista e ambasciatore veneto alla corte sforzesca, e l’ incontro con Dürer col quale ebbe un reciproco scambio di influenze per cui vengono esposti incisioni, disegni e il Libro II de “Della simmetria dei corpi humani” dell’artista tedesco oltre che antiche edizioni del De architectura di Vitruvio, del Divina proportione di Luca Pacioli e, tra altri, del Preclarissimus liber elementorum di Euclide.

La mostra, curata da Annalisa Perissa Torrini e Valeria Poletto, traccia, insomma, un percorso della ricerca di Leonardo testimoniando, altresì, i suoi studi scientifici di botanica, ottica, fisica, meccanica, idraulica, e inoltre prototipi di fortificazioni e armi che lo appassionarono per tutta la vita: dal periodo giovanile a Firenze, al soggiorno di 17 anni a Milano alla corte di Ludovico il Moro, fino alla permanenza ad Amboise, dove morì il 2 maggio del 1519. Qui, nel castello di Clos Lucé, accolto dal re Francesco I di Francia, divenne artista e architetto di Corte ricevendo un ricco vitalizio, e , a sua volta, donando disegni e scenografie per le feste di corte e opere come la “Gioconda”.

Possiamo dire oggi: uno scambio a favore di Francesco I, considerando “ il ritorno “ di fama per il Louvre e per la Francia nei secoli.

L’ “ansia di conoscenza infinita” di Leonardo, in conclusione, per l’ arte e la scienza studiate col metodo sperimentale è la sua più grande eredità.

La sua considerazione dell’ “l’uomo modello del mondo” e “misura di tutte le cose” ci aiuta ad attraversare e superare i fiumi dell’intolleranza odierna ed è anche per questo che si celebra, a “Venezia” e in “tutta Europa”, questo genio “universale” inarrivabile.

ANNA MARIA DI PAOLO

LEONARDO DA VINCI. L’UOMO MODELLO DEL MONDO. Gallerie dell’Accademia, Venezia, Campo della Carità 1050, Catalogo: Silvana Editoriale, fino al 14 luglio 2019. Lun. 8.15-14.00; da Martedì a Dom: 8.15-19.15 http://www.gallerieaccademia.it http://www.mostraleonardo.it

Ufficio Stampa mariagraziafilippi@associazionemetamorfosi.com 

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ALBRECHT DÜRER nella collezione Remondini a Bassano del Grappa

ALBRECHT DÜRER nella collezione Remondini a Bassano del Grappa

Due straordinari avvenimenti si compendiano a Bassano: l’esposizione di ben 214 incisioni di Dürer collezionati dalla stirpe di famosi tipografi Remondini e il restauro concluso del nobiliare Palazzo Sturm, del 1700 – donato nel 1943 al Comune di Bassano dal barone Giovanni Battista Sturm von Hirschfeld.

Due doni preziosi alla città che si contengono giacchè, infatti, l’uno è sede ora del Museo dell’Incisione Remondini, col cospicuo patrimonio costituto dal 1660 da 8500 opere di grafica di grandi Maestri europei dal Rinascimento alla Modernità.

La straordinarietà è costituita, comunque, dal corpus delle incisioni di Dürer (1471- 1528), di grande qualità e in ottimo stato di conservazione, esposto nella sua interezza e che viene dopo soltanto alla raccolta conservata all’Albertine Museum di Vienna, la più importante e completa al mondo. In mostra si ammirano in dettaglio 123 xilografie e 91 calcografie e se si considera che Dürer realizzò in totale 260 incisioni – e Bassano del Grappa ne possiede 214 – si evince l’eccezionalità dell’evento.

L’esposizione, a cura di Chiara Casarin, consente al visitatore di seguire l’evolversi dello stile e della perizia tecnica dell’Artista oltre che i cambiamenti dalle prime stampe, in cui fu influenzato dai maestri nordici fino all’ ideazione iconografica di uno stile personale col bulino che contraddistinse sia i soggetti religiosi, numerose “Madonna col Bambino”, sia quelli profani, come ad esempio i Ritratti.

Dürer, pittore, xilografo e calcografo tedesco, amò l’Italia dove fece vari viaggi durante i quali studiò le opere di Mantegna, di Leonardo e soprattutto di Giovanni Bellini, il pittore da lui più amato per la luce calda e avvolgente.

Con le sue esperienze artistiche italiane, Dürer evidenziò la centralità delle figure, la presenza classica delle rovine, e la qualità della luce, elementi che arricchì con dettagli tipicamente nordici influenzando, a sua volta, il Rinascimento del suo Paese.

L’ Artista tedesco fu anche il primo a studiare gli aspetti teorici dell’arte e, infatti, ispirandosi alle teorie di Leon Battista Alberti e di Vitruvio scrisse anche il “Trattato sulla proporzione del corpo umano”.

Riconosciuto per la sua grandezza e ammirato per la sintesi di livello quasi perfetto della sua arte, divenne l’Artista di corte dell’imperatore Massimiliano I e poi del Principe elettore Federico di Sassonia. Per l’Imperatore Dürer realizzò anche la composita Adorazione dei Magi, mentre alla corte di Massimiliano I lavorò come illustratore di libri e nella ritrattista nella quale colse i caratteri e le personalità piuttosto che lo status sociale nobiliare.

Sapiente con la sua regola della prospettiva aerea, rappresentò le figure non frontalmente, ma disposte su più piani paralleli, quindi, a sfondi diversificati, il che rendeva effetti ideali di proporzioni con l’ ambiente dello scenario: elemento che fin dall’inizio rese famosi i suoi lavori grafici contraddistinti inoltre dal suo monogramma “ AD” di lettere gotiche.

La straordinaria accuratezza della tecnica rese insuperabile sia i suoi temi religiosi, come la serie dell’Apocalisse, della Passione di Cristo e della Vita della Vergine, sia anche i capolavori misteriosi, come le allegorie de “Il cavaliere, la morte e il diavolo” e la “Melanconia” nei quali effettuò nuove soluzioni in virtù degli effetti pittorici insoliti.

E’ noto ai più, infine, che Dürer con queste ultime due opere, oltre che col “San Gerolamo nello studio” realizzò le sue Meisterstiche, “incisioni maestre”, a bulino su lastra metallica, eseguite tra il 1513 e il 1514, nelle quali raggiunse proprio la perfezione. Vi esaltò le virtù attive e contemplative dell’uomo, l’azione e la meditazione che sottintendono la finitezza dell’uomo e l’impermanenza. In tutte e tre le incisioni, inoltre, si ripetono due elementi: il cane e la clessidra a sottolineare appunto il limite del tempo e l’inevitabile sopraggiungere della morte.

Esposti in mostra infine “L’Arco di trionfo” e “La processione trionfale”, eseguite per l’Imperatore, oltre alla famosa incisione del “Rinoceronte”, animale al tempo esotico, che l’Imperatore Massimiliano aveva destinato al Papa, ma che per un naufragio non arrivò mai a Roma.

Questo soggetto, peraltro, che ha affascinato molti artisti, da Raffaello a Stubbs, a Salvador Dalì, è stato ora rappresentato dall’ artista contemporaneo cinese Li-Jen Shih il quale da anni lavora sul tema del Rinoceronte, e qui a Bassano ne ha presentato uno gigantesco nel belvedere di Palazzo Sturm, visibile per la durata della mostra.

La ricerca di Dürer, in conclusione, ricca di temi mitologici, religiosi, popolari, naturalistici, di ritratti e paesaggi è qui da ammirare nella collezione di Bassano in cui sono incluse anche le serie complete dell’Apocalisse, della Grande Passione, della Piccola Passione e della Vita di Maria.

Accompagna la mostra di Albrecht Dürer un video che ricostruisce l’atelier del Maestro e illustra la tecnica dell’incisione in cui egli è stato un punto di riferimento per tanti artisti nei secoli.

ANNA MARIA DI PAOLO

Palazzo Sturm, Piazza Garibaldi, Bassano del Grappa fino al 30 settembre 2019;

lunedì – domenica. 10 – 19. Ingresso: Intero: 7 €; Ridotto: 5 €

http://www.museibassano.it/mostra/albrecht-durer-la-collezione-remondini

Ufficio Stampa. Studio Esseci, gestione1@studioesseci.net Stefania Bertelli

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Mendrisio. Piero Guccione, la pittura come il mare

http://rivistalion.it/la-pittura-come-il-mare-piero-guccione-a-mendrisio/

LA PITTURA COME IL MARE. PIERO GUCCIONE A MENDRISIO

Guccione, nei suoi lavori di luce e di colori mediterranei di paesaggi e soprattutto del mare ha attuato una contemplazione quotidiana della sua Sicilia, che ritrasse con amore e coraggio. Emerge così il suo continuo stupore e la sua paziente attesa per il prodigio che la natura offre alla vita.

In ciò è aiutato anche dalla perizia della stile e della tecnica che gli consentono di dipingere non l’impressione della natura, ma il modo in cui egli aveva quelle “visioni”.

Ora, il Museo d’Arte Mendrisio ha organizzato la sua prima retrospettiva post mortem, con l’esposizione di 60 opere tra oli e pastelli, a cura del direttore Simone Soldini e dell’“Archivio Piero Guccione”, corredata da un catalogo edito dallo stesso Museo.

Piero Guccione, nato a Scicli, in Sicilia, e scomparso ad ottobre 2018, a 83 anni, aveva anche animato il “Gruppo di Scicli” con la compagna Sonia Alvarez, Ugo Caruso, Giuseppe Colombo, e tra altri, Franco Sarnari con mostre personali e collettive del Movimento.

Guccione, tuttavia, si dedico ad una ricerca autonoma, sia negli oli sia nei pastelli, contemplando in solitaria la natura. Egli non mirò all’astrazione, ma ad una allegoria dei suoi stati d’animo sia nei pastelli, dagli anni Settanta – tecnica “veloce” con cui esprimeva con immediatezza emozioni di gioia, di malinconia e di dolore – sia negli oli con strati e strati di colore azzurro coi quali otteneva tonalità simili all’essenza poetica del “M’illumino d’immenso” di Ungaretti.

Egli spiegava la sua “passione” del mare con essenzialità: “Mi attira l’assoluta immobilità del mare, che però è costantemente in movimento”. E in effetti, cogliere l’azzurro del mare e del cielo, le variazioni dell’intensità della luce con l’intento di fissarne il movimento incessante fu laborioso, ma non attuato perché rispondeva al flusso del suo stato d’animo.

Nelle belle sale del Museo di Mendrisio si snodano, dunque, queste sorprendenti opere dallo stesso tema, ma sempre diverse, espressione di chi è tornato alle cose e alla radice della “normalità pensante” in cui mente e cuore si incontrano penetrando la materia con umiltà fino a visioni sublimi di sintesi tra l’inquietudine, espressa dalle velature nere, e l’estasi degli azzurri in continua variazione.

Artista lontano da mode, sperimentalismi e avanguardismi, Guccione ha sempre improntato la sua ricerca appartata al connubio del “saper guardare” e del “saper fare”, improntato al concetto che “non è importante saper dipingere, ma saper guardare” trasmessogli dall’amico Guttuso del quale fu anche assistente alla cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma.

“La mia pittura oggi va verso un’idea di piattezza… che però, in qualche modo, contenga un dato di assolutezza, di una cosa che assomiglia a niente e che assomiglia a tutto.»

Assolutezza del mare e del cielo, pertanto, in cui la distinzione si fa via via più impercettibile nel quadro, come sottolineò anche Moravia. Una sorta di “sintesi suprema di pittura figurativa e astratta” – Sgarbi -, sebbene gli azzurri rarefatti e senza confine diano il senso di impercettibilità.

Del resto, l’assenza del tempo e della figura umana in spazi semplici e al contempo complessi, rendono la sua percezione e proiezione di totale silenzio e di apparente imperturbabilità.

La ricerca di Guccione, in sintesi, è stata una progressiva dissoluzione dell’immagine del mare e del cielo fino all’espansione indistinta dell’azzurro, a riflettere il suo spazio interiore illimitato ed evanescente, in un senso di vuoto evocativo.

La pittura di Guccione, che non ha partecipato al clamore del mondo dell’arte, ha riscosso, però, il sostegno di grandi critici – Jean Clair, Tassi, Calvesi, Caroli, A. Trombadori, e, tra altri, Marisa Vescovo e importanti scrittori – Moravia, Siciliano, Nico Orengo, Sciascia, Susan Sontag.

Ha partecipato a importanti esposizioni pubbliche nazionali e internazionali invitato a Washington, al Metropolitan Museum of Art di New York, a Roma, X e XII edizione della Quadriennale, a Venezia dove partecipò nove volte alla Biennale che nel 1988 gli dedicò una sala personale nel Padiglione Italiano. E ha esposto, inoltre, al Palazzo: delle Esposizioni di Roma, Reale di Milano, ai Diamanti di Ferrara, al Palazzo dei Leoni

di

di Messina, alla Kunstmesse di Basilea, e tra altre sedi, a Chicago.

Sue opere, oli e pastelli, ad esempio: Cielo e nuvole a Punta Corvo, Luna d’Agosto, Albero del siparietto, Pré le matin, La nave e l’ombra del mare, Linee del mare, conservati in collezioni pubbliche e private nel mondo, ora sono presentati al pubblico svizzero e italiano nella ridente città di Mendrisio, a mezz’ora di auto da Milano.

Anna Maria Di Paolo

Piero Guccione. Museo d’arte di Mendrisio, Piazzetta dei Serviti 1

CH, fino al 30 giugno 2019

Raggiungibile anche in treno http://www.tilo.ch

Info: museo@mendrisio.ch

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GIORGIO DE CHIRICO. RITORNO AL FUTURO Neometafisica e Arte Contemporanea Alla GAM di TORINO

GIORGIO DE CHIRICO. RITORNO AL FUTURO

Neometafisica e Arte Contemporanea

Giorgio De Chirico

A Giorgio de Chirico la Fondazione Torino Musei, GAM Torino e Associazione MetaMorfosi – in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico – dedica una mostra di cento opere provenienti da importanti musei, enti, fondazioni e collezioni private.

La metafisica di Giorgio de Chirico, nella sua visione originaria e futuribile, ha influenzato atteggiamenti e generi differenti, non solo nel campo delle arti visive, ma anche della letteratura, del cinema, delle nuove tecnologie digitali, arrivando fino a confini inattesi come videogiochi e videoclip, in un interesse globale che va dall’Europa agli Stati Uniti fino al Giappone.

Oggi la posterità, libera dagli stereotipi di certe condanne, può “dire la sua”, come intuì con il suo genio Marcel Duchamp in un testo su de Chirico del 1943.

“Giorgio de Chirico. Ritorno al Futuro, Neometafisica e Arte Contemporanea” riorganizza la pittura neometafisica del Maestro e le generazioni di artisti che, dagli anni Sessanta in poi, si sono ispirati alla sua opera.

Maurizio Calvesi, nell’’82 nell’ importante volume La metafisica schiarita, sottolineava l’importanza di de Chirico neometafisico per l’arte contemporanea avendo elaborato soggetti ed elementi in sospensione che hanno connotato la sua originale poetica.

Mario Ceroli

Dalla neometafisica di de Chirico (Volo, Grecia, 1888 – Roma, 1978) ben si arriva all’arte internazionale e alla pop art tanto che Andy Warhol riconosceva esplicitamente in de Chirico uno dei suoi precursori, e gli rendeva omaggio con un celebre ciclo di opere in cui presentava una metafisica rivisitata e seriale.

Da qui anche i numerosi omaggi degli artisti più giovani con le immagini dei segnali urbani, delle merci della civiltà di massa e le memorie di una bellezza classica e perduta: così oltre al citato Andy Warhol, anche Valerio Adami, Franco Angeli, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Gino Marotta, Ugo Nespolo, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Emilio Tadini.

Altro prosecutore della Metafisica in mostra è Fabrizio Clerici, ma anche Guttuso e il fratello Savinio, insieme a grandi artisti internazionali come Henry Moore, Philip Guston, Bernd e Hilla Becher.

Si aggiungono inoltre maestri dell’arte povera come Giulio Paolini e Pistoletto, le visioni concettuali di Fabio Mauri, Claudio Parmiggiani, Luca Patella e Vettor Pisani, fino ad arrivare alle ombre geometriche di Giuseppe Uncini, alla fotografia di Gianfranco Gorgoni, alle sculture di Paladino, ai dipinti di Mendini e di Salvo, al mistero di Gino De Dominicis, ai tableaux vivants di Ontani, e a protagonisti delle ultime generazioni internazionali come Juan Muñoz, Vanessa Beecroft e Francesco Vezzoli.

Fabio Mauri

Oltre al prestito delle opere neometafisiche della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, la mostra presenta un’animazione digitale di Maurice Owen e Russell Richards, insieme a opere di artisti contemporanei provenienti dalle collezioni della GAM di Torino e tra questi Claudio Abate, Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Franco Fontana, Fausto Melotti. Una piccola sezione della mostra è riservata al tema della citazione e della copia, esercizio prediletto da de Chirico nella sua lunga ricerca sulla pittura dei grandi maestri e presenta un disegno originale di Michelangelo proveniente da Casa Buonarroti, insieme a disegni da lui dedicati allo studio degli affreschi della Volta della Cappella Sistina a cui si affiancano le opere del ciclo su Michelangelo di Tano Festa.

La mostra, a cura di Lorenzo Canova e Riccardo Passoni, è accompagnata da un catalogo edizioni Gangemi International con testi di Lorenzo Canova, Riccardo Passoni e Jacqueline Munck.

Anna Maria Di Paolo

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Via Magenta, 31 Torino. Dal 19 aprile al 25 agosto 2019

Da martedì a domenica: 10.00 – 18.00, sabato dalle 9.00 alle 13.00, lunedì chiuso

Ufficio Stampa: GAM Torino Daniela Matteu | daniela.matteu@fondazionetorinomusei.it

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Paolo Spoltore: Sculture a Mantova

Paolo Spoltore: Sculture

a Mantova

Paolo Spoltore nella sua cinquantennale ricerca artistica ha riutilizzato oggetti e materiali che spesso hanno avuto una storia d’uso in una comunità del passato, prevalentemente contadina: oggetti trovati, ferro, legni usurati, scarti dei processi di lavorazione, metalli, pietre, sassi rinvenuti nel suo territorio, l’ Abruzzo, sia in pianura, sia in montagna sia sulle spiagge. Inservibili ormai nel ritmo costruttivo della passata civiltà materiale, egli li riutilizza in opere sviluppate in orizzontale che diventano Colonne, Totem, Presenze utopiche, Volti di pietra, Cuori pietrificati e Bestiari.

Accanto all’individuo, infatti, gli animali sono un soggetto amato dall’Artista che li vede in pericolo per accanimento sconsiderato dell’uomo stesso, cosicché egli costruisce spazi abitativi e piazze di città in legno in cui la presenza pericolosa è proprio quella dell’uomo, per esempio nella composizione “Presenza indesiderata” in cui L’ orso morente, trafitto dall’uomo, diventa protagonista perché ormai in via di estinzione – l’Artista abita vicino al Parco Nazione d’Abruzzo – . E non è un caso che nel Bestiario egli includa un intricato Albero della vita.

In “Volti di pietra”, nel contrasto tra la durezza del materiale e il messaggio stesso, egli coglie una parte dell’anima sia essa quella celebre del Vate D’Annunzio e di Monna Lisa, sia quella comune della Vanità femminile.

L’idea della scultura di Paolo Spoltore, insomma, non è soltanto la pratica del riuso di materiali pieni di storia vissuta e di produzione, ma anche la passione di riorganizzarli in una spazialità di grande misura e armonia a cui infonde, mediante una trasformazione estetica, una metaforica ascendenza mitica come nei Totem col volto di Medusa, di Icaro o di Bacco.

Ciò che lo affascina, comunque, sembra proprio il modo di mettere in relazione la realtà Uomo e Natura, in un dialogo incessante e proficuo che va dalla Scintillazione del Cosmo, al Sacro e Profano, alle Metamorfosi e al Segno Multietnico.

E Paolo Spoltore, accanto alle tracce del passato, ora “costruisce”, con un linguaggio offerto dalla contemporanea tecnologia come il laser, opere ex novo con figure di riferimento, quali Capre montane o Cavalli che compone in un rapporto emotivo e che ora presenta in mostra per la prima volta. Ad esse aggiunge, per continuità linguistica, piccole sculture in pietra ed elementi che rinviano alla cultura contadina come gli emblematici ganci di stadera o antiche chiavi che, forse, potranno dare l’accesso alla via misteriosa della sua poetica e del suo mondo.

I Cuori pietrificati, inoltre, riferiti al dramma del terremoto di Aquila, giusto dieci anni orsono, rispondono a modalità operative che mai dimenticano il connubio indissolubile tra Natura e Cultura, tra ragione e sentimento di una realtà composita in cui il dolore diventa incommensurabile.

Le sue opere, così, che rimandano ad una realtà mutevole ed effimera, si solidificano in uno spazio e un tempo non transitorio e atemporale perché fanno riferimento a temi e problemi eterni legati all’individuo: la sensibilità dell’uomo verso la salvaguardia della natura e degli animali; il significato dell’esistenza, l’ umiltà, la concretezza, l’egoismo e l’amore.

Quella di Paolo Spoltore, classe 1946, in sintesi, è una vita dedicata con amore alla ricerca artistica della realtà complessa dell’individuo.

Non si può, pertanto, parlare di figurazione o di narrazione, ma di relazione con l’ esistenza la quale, con lacerti di verità, si raffronta con il volume dello spazio. Ed è così che egli coinvolge, con la dimensione tridimensionale dell’opera, anche lo spettatore, emotivamente attratto dalla rielaborazione degli oggetti trasfigurati o creati, in una trasposizione estetica nuova, originalmente loro conferita da Paolo Spoltore.

L’esposizione, a cura della solerte Arianna Sartori, è visibile nella sua centrale Galleria mantovana fino al 2 Maggio.

Anna Maria Di Paolo

Mantova. Galleria Arianna Sartori di Mantova, Via Ippolito Nievo 10, fino al 2 Maggio 2019

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