Biennale di Venezia Architettura

Biennale di Venezia

La 17. Mostra Internazionale di Architettura – How will we live together? – curata da Hashim Sarkis, che avrebbe dovuto svolgersi a Venezia dal 29 agosto al 29 novembre 2020, è stata posticipata al 2021, da sabato 22 maggio a domenica 21 novembre.

Di conseguenza, la 59. Esposizione Internazionale d’Arte, curata da Cecilia Alemani, che avrebbe dovuto svolgersi nel 2021, è stata a sua volta posticipata al 2022, durerà 7 mesi e si terrà da sabato 23 aprile a domenica 27 novembre.

La decisione di posticipare a maggio 2021 la Biennale Architettura è dovuta all’impossibilità di procedere alla realizzazione di una mostra così complessa per il persistere dell’emergenza sanitaria internazionale in corso.

La Biennale, sentito anche il curatore Hashim Sarkis, nel rispetto delle difficoltà degli architetti invitati, dei paesi, delle istituzioni, degli eventi collaterali partecipanti, ha deciso di posticipare l’apertura della Mostra Internazionale di Architettura al 2021, con la durata originaria di sei mesi, dal 22 maggio al 21 novembre.

La Biennale di Venezia conferma la 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica diretta da Alberto Barbera dal 2 al 12 settembre; il 48.

Festival Internazionale del Teatro diretto da Antonio Latella dal 14 al 24 settembre; il 64. Festival Internazionale di Musica Contemporanea diretto da Ivan Fedele, dal 25 settembre al 4 ottobre; il 14. Festival Internazionale di Danza Contemporanea diretto da Marie Chouinarddal 13 al 25 ottobre.

Il Presidente Roberto Cicutto ha quindi ascoltato la maggioranza che ha richiesto il rinvio della Biennale di Architettura, nonostante i lavori fossero già avviati prevedendo di aprire la 17. Biennale di Architettura nel maggio 2021 per una durata più lunga fino a novembre. Tuttavia l’Architettura sarà presente a Venezia in autunno grazie alle numerose iniziative che manterranno al centro della scena la domanda, più attuale che mai, di “How will we live together?”.

Sono profondamente colpito dalla perseveranza di tutti i partecipanti soprattutto negli ultimi tre mesi, ha dichiarato Hashim Sarkis. Spero che la nuova data di apertura consenta loro di riprendere fiato per completare il lavoro con il tempo e il vigore che merita. Non avevamo previsto tutto questo. La domanda che avevo posto “Come vivremo insieme?” e la ricchezza delle risposte dei partecipanti non erano state pensate per affrontare la crisi che stiamo vivendo, ma eccoci qui. Siamo in qualche modo fortunati perché saremo ben attrezzati per affrontare le conseguenze immediate e a lungo termine della crisi nell’edizione 2021 della Biennale Architettura. Il tema ci offre la possibilità di rispondere alla pandemia anche nell’immediato, e per questo torneremo a Venezia nei prossimi mesi per una serie di attività dedicate all’architettura.”

A. M. D. P.

Sito web ufficiale della Biennale di Venezia http://www.labiennale.org

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+++ VENEZIA. NUOVE DATE Biennale Architettura 2020 +++

+++ VENEZIA. NUOVE DATE Biennale Architettura 2020 +++

La Biennale Architettura 2020, curata da Hashim Sarkis, si svolgerà a Venezia (Giardini e Arsenale) da sabato 29 agosto (pre-apertura giovedì 27 e venerdì 28 agosto) fino a domenica 29 novembre, anziché dal 23 maggio al 29 novembre, come in precedenza annunciato.

 

Le nuove date della Biennale Architettura sono state stabilite in conseguenza delle “”recenti misure precauzionali in materia di mobilità prese dai governi di un numero crescente di paesi

del mondo “” , che avranno effetti a catena sul movimento delle persone e delle opere nelle prossime settimane. Si tratta di un periodo che riguarda il delicato avvio dell’allestimento di una mostra internazionale complessa come la Biennale Architettura, che coinvolge architetti e istituzioni di oltre 60 paesi di tutti i continenti.

 

Tale situazione mette a rischio la realizzazione della mostra nella sua completezza per la data prefissata di apertura (23 maggio), pregiudicandone la qualità. Inoltre, un rinvio a breve termine potrebbe non avere efficacia, considerati la complessità della macchina organizzativa, il numero, l’importanza dei soggetti coinvolti e la probabile assenza di molti di loro.

 

Non volendo aprire una mostra incompleta, La Biennale, sentito anche il curatore Hashim Sarkis e nel rispetto delle difficoltà dei Paesi partecipanti e degli architetti invitati, ha deciso di posticipare l’inaugurazione al 29 agosto, riportando l’edizione di quest’anno della Biennale Architettura alla durata trimestrale, da fine agosto a fine novembre.

 

In questo modo, considerando che la settimana successiva, il 2 settembre, è prevista l’apertura della 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica diretta da Alberto Barbera (fino al 12 settembre), con l’avvio quasi contemporaneo di queste due storiche manifestazioni, La Biennale potrà offrire a Venezia e al mondo a fine estate un periodo di grande interesse culturale e di richiamo internazionale.

 

 A. M. D. P.

Informazioni: Ufficio Stampa La Biennale di Venezia

infoarchitettura@labiennale.org

 

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Gli Arazzi di Raffaello tornano nella Cappella Sistina dopo 400 anni

Gli Arazzi di Raffaello tornano nella

Cappella Sistina dopo 400 anni

,fFoto © Governatorato SCV – Direzione dei Musei

Nel cinquecentenario della morte di Raffaello,

tornano nella Cappella Sistina, dopo 400 anni, dieci preziosissimi arazzi di Raffaello Sanzio, visibili da oggi fino a domenica 23 febbraio 2020.

i visitatori possono ammirare le opere intessute su cartone recanti scene degli atti degli apostoli, più due fregi. Commissionati da Leone X dei Medici, Papa colto e raffinato, il giovane Raffaello realizzo’ i cartoni preparatori affidati per la realizzazione alla nota bottega del tessitore Pieter van Aelst che nel 1521 inviò tutti e dieci i panni, insieme ai due fregi delle Ore e delle Stagioni al Vaticano. Esposti in occasione della Santa Messa del giorno di Santo Stefano in Cappella Sistina, fece esclamare il cerimoniere della Cappella Papale, Paris de Grassis:

“ A universale giudizio non si era mai visto niente di più bello al mondo“

Pesca Miracolosa,fFoto © Governatorato SCV – Direzione dei Musei

Gli arazzi con le storie di San Pietro e San Paolo, i patroni della Città Eterna e della Chiesa Romana, e con gli episodi della Vita di Mosè e di Cristo, quindi l’Antico e il Nuovo Testamento furono completati quando Giulio II affidò a Michelangelo la volta con l’Origine del mondo e della Creazione e per completare questo messaggio si passò dall’Antico Testamento al Nuovo e dal Nuovo agli Atti degli Apostoli. Il tutto fu infine completato dal Giudizio Universale (1536-1541).

Gli arazzi saranno esposti per una settimana. L’ultimo giorno la visita sarà gratuita per tutti poiché coinciderà con l’ingresso gratuito ai Musei Vaticani.

AnnaMaria Di Paolo

Guarigione dello storpio

Fino al 23 febbraio (orario di apertura museale e secondo le consuete modalità di visita).

Orario di visita da lunedì 17 a sabato 23 febbraio 2020: ore 9,00-18,00 (ultimo accesso ore 16,00). Visita libera inclusa nel biglietto d’ingresso dei Musei Vaticani.

Orario di visita domenica 23 febbraio 2020: ore 9,00-14,00 (ultimo accesso ore 12,30). Visita libera gratuita poiché ultima domenica del mese.

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BIENNALE ARTE DI VENEZIA 2020: CECILIA ALEMANI NOMINATA DIRETTORE

Biennale Arte di Venezia 2020:

Direttore Cecilia Alemani

Per la 59. Esposizione Internazionale d’Arte 2021 di Venezia, ha ricevuto l’incarico di Direttore del Settore Arti Visive dal Cda della Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta, Cecilia

Alemani. È dunque la prima donna italiana a rivestire questo prestigioso incarico.

Con esperienza e carriera maturata prevalentemente all’estero, la Alemani è responsabile e capo curatore di High Line Art, parco urbano costruito su una ferrovia abbandonata di New York, in cui sono esposti progetti artistici internazionali tra cui quelli di John Baldessari, El Anatsui, Phyllida Barlow, Barbara Kruger, Carol Bove, Sheila Hicks, Rashid Johnson, Ed Ruscha, Zoe Leonard, Faith Ringgold, Nari Ward e Adrián Villar Rojas.

La Alemani ha una brillante carriera avendo collaborato con musei come la Tate Modern di Londra e del MoMA PS1 di New York, con fondazioni private come la Deste Foundationd ed istituzioni no profit come Artists Space e Art in General a New York. Ha inoltre curato sezioni in Fiere internazionali come Frieze Projects di New York e Art Basel a Buenos Aires con artisti emergenti, nonché già curatrice del Padiglione Italia alla Biennale Arte 2017.

  La Alemani dunque ha spaziato tra manifestazioni commerciali e culturali ricevendo sempre apprezzamenti.

                  

Resta, ora, in sospeso una questione fondamentale, quella della nomina del presidente che succederà a Paolo Baratta, ormai giunto alla fine dei cinque anni del suo mandato, tuttavia, a dal 13 gennaio 2020, è entrato in vigore la proroga della sua validità per cui verrà accelerata la predisposizione del bilancio consuntivo del 2019, accompagnata da un documento che riassume gli sviluppi intercorsi dal 2008 a oggi.

Il Presidente e il Consiglio, a conclusione del mandato, hanno sottolineano che per il futuro è assicurata una consistente dotazione di riserve economiche e continuità dell’attività, nel pieno rispetto dello spirito e della lettera dello Statuto.

Anna Maria Di Paolo

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RITRATTO DI DONNA. IL SOGNO DEGLI ANNI VENTI E LO SGUARDO DI UBALDO OPPI A VICENZA

RITRATTO DI DONNA. IL SOGNO DEGLI ANNI VENTI

E LO SGUARDO DI UBALDO OPPI A VICENZA

A Vicenza, nella Basilica palladiana, è in corso la mostra “Ritratto di donna” che indaga i fermenti artistici degli Anno Venti iniziando dalla “Giuditta” di Klimt, opera esposta alla Biennale di Venezia del 1910, e acquistata dal Comune per Ca’ Pesaro.

L’eroina, che sconfisse il tiranno Oloferne, indicava infarri un emblema della trasformazione della donna anche italiana che in quegli anni comprese il suo valore; durante la grande guerra infatti aveva dovuto sostituire in tutto gli uomini che erano al fronte cosicché poi volle rafforzare la libertà conquistata, anche con seduzione e modernità. Era la “Belle Epoque” con desiderio di pace, di benessere e di cambiamenti della società, e perché no, anche degli abiti corti o del taglio di capelli delle donne moderne: così Coco Chanel cambiò la moda, Amelia Earhart attraversò in volo l’Atlantico e Josephine Baker

incantò Parigi coi suoi balli.Si tratta del “Realismo Magico”, la pittura figurativa italiana così definita da Massimo Bontempelli che riprese la definizione del critico Franz Roht, 1925, con riferimento al ritorno al classicismo rinascimentale, rivisitato in una visione immobile, sospesa e incantata. Sono, infatti, visioni di due realtà, una realistica e una magica che coesistono, creando atmosfere arcane, ambigue, lontane dal presente – del resto la prima guerra mondiale con i suoi orrori e i 50 milioni di morti era finita da poco -.

Così, passata anche l’euforia e lo spirito selvaggio delle Avanguardie storiche, il Movimento individuò nel Classicismo il riferimentoper narrare il presente con forme di immobilità, silenzio e fantasia. Si guardò Dunque sia alla Secessione Viennese dominata da Gustav Klimt sia ai cambiamenti della pittura avvenuti a Parigi dal Simbolismo e dall’Espressionismo.

Tutto ciò influenzò giovani artisti riuniti nella mostra a Ca’ Pesaro: Zecchin, Cavaglieri e Casorati, ma anche Guido Cadorin, Arturo Martini e Gino Rossi che in mostra sono presenti con quadri i cui temi centrali sono il doppio, riflesso nello specchio, il rapporto tra il pittore e la modella, l’amicizia femminile, le donne fatali, ma anche lavoratori nella crudezza della realtà accanto ad altri contesti di sogno e di nostalgia di paradisi perduti.

Sono artisti della “classicità moderna”: Campigli, Marussig, tra altri, Sironi, e, ovviamente, Ubaldo Oppi che dipinsero ragazze, ninfe attraenti, muse dormienti o seduttrici come dentro un sogno di fiaba in ritratti seducenti, forme ambigue e trasognate, quali come le visioni oniriche di Casorati, la solidità misurata di Funi, il realismo e la spiritualità di Carrà o lo sguardo analitico di Donghi.

Ampia sezione è dedicata a Ubaldo Oppi, nato a Bologna nel 1889, cresciuto a Vicenza, ma formatosi tra Vienna, Venezia e Parigi. Scoperto a Milano dalla Sarfatti, la prima critica donna, e da Ugo Ojetti, fu uno degli iniziatori del movimento artistico del “Novecento italiano” e uno dei maggiori esponenti delRealismo magico”. Ebbe un immediato successo per la sua svolta classicista piena di immaginazione e meraviglia in cui evocò amanti, abbracci e danze musicali. A Parigi dal 1911 Oppi, conobbe Modigliani ed ebbe un flirt con Fernande Olivier, amante di Picasso, della quale sono in mostra tre ritratti a confronto: “Fernande Olivier ”, 1907, di van Dongen, “Ritratto” di Picasso, 1906, e “Figura in rosso”, 1912, di Oppi.

Rientrato in Italia nel 1915, Oppi prese parte alla prima guerra mondiale, venne ferito e fatto prigioniero. Altri però saranno uccisi come il figlio di Margherita Sarfatti che Ubaldo Oppi soldato conobbe a Milano, iniziando così una intensa collaborazione artistica. Quando però Ojetti per la Biennale del 1924 offrì ad Oppi una mostra personale quel sodalizio s’interruppe. Oppi vi espose La giovane sposa, Le amiche e le Amazzoni, opere seducenti con figure di donne libere, imponenti ed esotiche.

Il tema del “doppio” de Le amiche, si ritrova inoltre nelle opere di Sironi, Carlo Sbisà, Bortolo Sacchi, Cagnaccio di San Pietro, Tullio Garbari, Campigli e Mario Mafai in cui nella figura della donna classica s’intravede un’aura irreale.

Sironi e Casorati invece rappresentano le donne con atteggiamento più materno, quasi ad indicarne l’ ambito domestico, ma sono presentate anche: le nudità del “Concerto“ 1924 e il paesaggio sognante de “La quiete” di Casorati, 1921; e poi “Lede” e “Muse” enigmatiche di Bucci, Cadorin e Borra. Di Gio’ Ponti sono esposti vasi con donne sulle nuvole e cacciatrici, già presentate nel 1925 all’Esposizione Internazionale di Parigi. Anche Oppi molto apprezzato espose dal Salon d’Automne di Parigi al Premio Carnegie di Pittsburgh, a varie Biennali di Venezia e alla mostra di Modern Italian Art di New York.

Sono presentati inoltre abiti e gioielli degli anni Venti, da Chanel a Cartier, come nei dipinti.

Altre opere sono incentrate sul lavoro: “I pugilatori” e “L’ingegnere” o la “Pastorella”, i “Pescatori di Santo Spirito” ,1924, ritratti di Oppi o il lavoro umile de l’ “Alzaia” di Cagnaccio di San Pietro.

I quadri della fine degli Anni Venti di Oppi come “Adamo e Eva” “L’Adriatico”, 1926, chiudono l’esposizione indicando una partenza enigmatica di donne tra i flutti.

Certo è che le figure del Realismo Magico non mostrano emozioni, in riferimento forse al periodo storico post-bellico in cui l’apatia è legata al disincanto.

Un limite del Movimento è stato il valore anche politico del “ritorno all’ordine” italiano, sarà infatti soltanto la pittura metafisica di De Chirico degli Anni Venti che, con la classicità delle sue atmosfere smarrite, oltrepassò i confini nazionali, influenzando il Surrealismo europeo.

Quadri prestati da collezioni private e da Musei italiani e stranieri.l

L’esposizione, curata da Stefania Portinari, è promossa dal Comune in collaborazione con il Cisa Andrea Palladio, la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza e l’Accademia Olimpica. La mostra, parte di un progetto di rilancio della Basilica Palladiana di Vicenza, città ideale di vera eleganza creata dal genio di un solo eccelso architetto del Rinascimento: Andrea Palladio, è patrimonio Unesco. Motivo ulteriore per visitare l’esposizione.

Anna Maria Di Paolo

RITRATTO DI DONNA. Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi

Vicenza, Basilica palladiana, Piazza dei Signori,

Fino 13 aprile 2020.

Prevendita > +39 0444 326418

INFO > 39 0444 326418

info@mostreinbasilica.it

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Emilio Vedova, retrospettiva a Palazzo Reale di Milano

Emilio Vedova, a Palazzo Reale di Milano

Palazzo Reale dedica a Vedova, un’importante retrospettiva di sessanta grandi opere, a cura di Germano Celant.

Promossa da Comune di Milano Cultura, da Palazzo Reale e dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, la mostra si colloca

a conclusione del lavoro della Fondazione per celebrare il centenario della nascita di Emilio Vedova (Venezia, 1919 – 2006).

L’esposizione EMILIO VEDOVA nasce con un progetto e un allestimento che vedono la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale

unluogo ideale per restituire il linguaggio artistico del pittore. Per questa mostra, che presenta opere che vanno dagli anni ʼ40 agli anni ʼ90,

e’ stato realizzato uno speciale intervento, progettato dallo studio Alvisi Kirimoto di Roma, con opere a muro e a pavimento.

L’itinerario biografico e professionale è ricostruito nella Sala del Piccolo

Lucernario antistante a quella delle Cariatidi. Qui una cronologia, composta da dati biografici, immagini e dichiarazioni poetiche,

e’ accompagnata da una selezione di opere che copre il lungo arco della produzione artistica di Vedova,

dall’espressionismo al neocubismo alla sperimentazione di tecniche e materiali di matrice dada e costruttivista.

Tra le opere in mostra, i celebri Dischi e l’Absurdes Berliner Tagebuch ’64 esposto nella sua integrità.

Palazzo Reale, piazza Duomo 12. Fino al 09 Febbraio 2020.

ORARI: lunedì 14.30 – 19.30; martedì, mercoledì, venerdì 9.30 – 19.30; giovedì, sabato 9.30 – 22.30.

Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. L’ingresso e’ gratuito. palazzoreale.it; fondazionevedova.org

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DIVISIONISMO. LA RIVOLUZIONE DELLA LUCE A NOVARA

DIVISIONISMO. LA RIVOLUZIONE DELLA LUCE A NOVARA

Al Castello Visconteo di Novara, è in corso la mostra “Divisionismo. La rivoluzione della luce“ con 70 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, dopo più di cento anni dalla fine del Movimento divisionista.

I pittori divisionisti, così denominati per la tecnica di “sintesi sottrattiva” ottenuta usando solo colori puri, accostati coi complementari, raggiunsero una “pittura di luce” che suscitava emozioni e sentimenti intensi avanzando verso il Novecento. La nuova ricerca si era sviluppata a Milano attorno alla Galleria milanese di Vittore Gubricy, teorico e pittore egli stesso con opere in mostra di un paesaggismo lirico di vaga ascendenza naturalista. Sono altresì presenti in mostra opere di Segantini, Previati, Pellizza da Volpedo, Longoni, Morbelli e, tra altri, Nomellini che diedero un apporto fondamentale alla nuova ricerca artistica, prova della modernità. L’esposizione divisa in otto sezioni tematiche, dagli albori nel prologo – con dipinti dei precursori come Tranquillo Cremona con Pensierosa, Ranzoni con Il bambino Morisetti, Morbelli con Partita a bocce – all’affermarsi del Divisionismo, con la prima Triennale di Brera del 1891, e poi la sua diffusione, annovera inoltre lavori di Segantini, come Dopo il temporale, studio di luce non ancora divisionista, Savognino sotto la neve, All’ovile e sette disegni, in una sezione tutta sua: nel “gioco dei grigi”, quali La Natura, Rododentro e La Fede. Di Segantini, collezionato soprattutto all’estero, mancano quindi le grandi opere realizzate en plein air nello scenario paesaggistico trasformato secondo l’emotività del momento.

Previati campeggia con Le fumatrici di hashish e la famosa Maternità, di proprietà del Banco BPM, che per le dimensioni (4,12 x 175) è collocata al piano terra del Castello. A proposito di quest’opera si ricorda l’avversione che ricevette alla mostra della Triennale, poiché non se ne accettava né lo stile – lunghi filamenti di colori puri e complementari, poiché non se ne accettava né lo stile – lunghi filamenti di colori puri e complementari, blu verde giallo annullando piani e volumi rompendo i modelli convenzionali del Realismo – né la secolarizzazione della “Vergine col Bambino” mentre allatta il figlio in una visione evanescente ed emozionante. A Previati è inoltre dedicata la sala Verso il sogno con opere Migrazione in Val Padana, dalla collezione del figlio Alberto Previati, le Tre Marie ai piedi della croce, Il vento o Fantasia prestato dal Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera e il trittico Sacra famiglia di natura onirica e simbolista.

Poi, a Pellizza da Volpedo è dedicata una sala con opere quali: Il ponte, La processione, Il roveto (Tramonto), Nubi di sera sul Curone, dalle stesure pittoriche attente sia alle figure umane sia ai paesaggi in cui realtà e idea diventano complementari per esprimere o il contrasto sociale o una meditazione sulla morte come Sul Fienile simboleggiante e la finitezza umana rispetto alla natura. Egli, inoltre, partendo da esperienze di vita cittadina, attento ai temi sociali, realizzò un’unione tra Divisionismo, coscienza e denuncia sociale con “l’arte per l’idea”.

Anche Longoni dipinse non solo Le capinere e opere di interni familiari, ma opere di denuncia sociale come: Riflessioni di un affamato, con segni raffinati di colore in cui è possente la scena di diseguaglianza sociale e L’oratore dello sciopero, composizione che si fa “arte per l’umanità” come Il Quarto Stato di Pellizza, recependo entrambi le idee anarchiche e socialiste a favore della giustizia sociale, uguaglianza e libertà nel tempo del massacro di folla di Bava Beccaris a Milano.

Interessanti inoltre: Nomellini con La pesca, Fornara con Ora radiosa e Fontanalba sull’alpeggio estivo col cielo sconfinato e il riverbero del lago in una natura trasfigurata. E poi Morbelli con La partita alle bocce e il vagheggiante trittico Sogno e realtà proveniente dalla Fondazione Cariplo Gallerie d’Italia.

Le ultime sale con opere sui temi “del colore della neve” e del “sogno”, sia per la materia sia per i riverberi abbacinanti suscitano una significativa percezione emotiva soprattutto col Pellizza de La neve. Crepuscolo invernale, paesaggio lirico tra gli ultimi realizzati dall’artista che nel 1907, depresso per la morte della moglie e del figlio, si suicidò a 39 anni.

Chiude l’esposizione Il nuovo secolo. Gli sviluppi del divisionismo, una sezione su l’evoluzione del Divisionismo nei primi decenni del Novecento con opere degli interpreti principali a cui si aggiungono tele di divisionisti meno noti come Angelo Barabino, Carlo Cressini, Cesare Maggi, Filiberto Minozzi e Matteo Olivero.

Longoni

Segnano, dunque, tutti questi artisti il passaggio della pittura italiana dall’Ottocento all’Arte Moderna d’Avanguardia. La nuova tecnica del colore diviso – che ricompone la visione omogenea ponendosi a giusta distanza – ha avuto una continuità estendendosi da Milano al Piemonte, per rispuntare a Roma dove Giacomo Balla piemontese, partito dall’esperienza divisionista per le sue ricerche di scomposizione della luce e delle forme, organizzò un nuovo polo di ricerca divisionista, verso il 1985, sui valori ottici scientifici eliminando il simbolismo, e che porterà al Movimento Futurista.

La rassegna, promossa e organizzata dal Comune di Novara, dalla Fondazione Castello Visconteo e dall’Associazione METS Percorsi d’arte, in collaborazione con ATL della provincia di Novara, con il sostegno di Banco BPM (main sponsor), è curata dall’esperta Annie-Paule Quinsac. Accompagna l’esposizione un ampio catalogo scientifico edito da Mets.

Una buona occasione questa mostra per visitare anche la bella città di Novara poco valorizzata, e il cui simbolo è

la svettante cupola della basilica di San Gaudenzio, realizzata dall’architetto Antonelli, lo stesso della Mole di Torino.

Anna Maria Di Paolo

Divisionismo. La rivoluzione della luce

Novara, Castello Visconteo

Piazza Martiri della Libertà, fino al 5 aprile 2020

orari > da martedì a venerdì 9.00 – 13.00 / 14.00 – 18.00.

Sabato e domenica 9.30 – 13.00 / 13.30 – 17.00

info > ATL mailto:info@turismonovara.it

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VERONA. ALLA GRAN GUARDIA: “IL TEMPO DI GIACOMETTI DA CHAGALL A KANDINSKY Capolavori dalla Fondazione Maeght”

IL TEMPO DI GIACOMETTI

DA CHAGALL A KANDINSKY

Capolavori dalla Fondazione Maeght” a Verona

Attorno al triangolo di capolavori quali: “L’uomo che cammina, La donna e Busto di Diego “ ruota la mostra “Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky. Capolavori dalla Fondazione Maeght” al palazzo della Gran Guardia di Verona.Capolavori dalla Fondazione Maeght” al palazzo della Gran Guardia di Verona.

Si tratta di un’esposizione che s’incentra su Parigi e le Avanguardie, con settanta opere di Giacometti e venti di importanti artisti coevi, dal post Cubismo all’Astrazione, quali Chagall, Braque, Miró, Kandinsky, Derain, Léger, gravitanti nell’area mercantile e di amicizia della Galleria dei coniugi Aimé e Marguerite Maeght, divenuta poi Fondazione dalla quale provengono queste opere che hanno reso possibile la mostra.

La rassegna nel suo itinerario cronologico si snoda nelle spaziose sale del palazzo della Gran Guardia coi disegni e i quadri della giovinezza di Alberto e poi con le sculture del periodo Surrealista, nel mito e nel sogno, da cui trasse un senso magico dello spazio. 
Altre sculture sono ispirate al mondo classico o africano fino alle opere di diretta osservazione della realtà con la profonda trasformazione stilistica che lo caratterizza e che lo portò ad una maggiore consapevolezza dei materiali e delle tecniche. Le sue opere in pietra, in argilla, in bronzo, in legno infatti progredivano nelle forme primarie della creatività attorno al tema prediletto della sua ricerca: la vulnerabilità dell’uomo e la sua solitudine nell’incommensurabilità dello spazio.

Nato nel 1901 in Svizzera, Alberto visse nel clima artistico della famiglia col padre pittore post impressionista, lo zio pittore, l’artista Cuno Amiet suo padrino e Segantini, vicino di casa, i quali lo influenzarono profondamente.
Quando si trasferì nel 1922 a Parigi frequentò l’Accademia nella classe di scultura di Émile Bourdelle, allievo di Rodin, ma fu sempre attento anche ai fermenti artistici della città, dal Surrealismo al post Cubismo, non tralasciando mai l’interesse per la figura umana. La vita di Giacometti, come artista d’avanguardia, fu difficilissima e poverissima, vissuta – anche quando divenne ricco – in una stamberga studio dove tuttavia realizzò disegni, quadri e sculture su modelli del fratello Diego, della sorella Ottilia e di amici di cui coglieva la sostanza dell’anima.
Giacometti dal 1928 al 1935 aderì al Surrealismo, da cui derivò opere pervase di quel mondo onirico e di Eros e Thanatos. Insoddisfatto tuttavia di quei temi, si allontanò dal Movimento e non espose più per dieci anni, pur continuando a lavorare dal 1936 a sculture che anticipavano il suo stile maturo: soggetti isolati nello spazio alla ricerca dell’unità tra soggetto e spazio senza mai esserne soddisfatto.
Durante la seconda guerra mondiale, Giacometti lasciò Parigi, occupata dai tedeschi, e si trasferì dalla madre a Ginevra dove incontrò Annette Arm, che nel 1943 divenne sua moglie.
Tornò nel 1945 a Parigi e dal ’47, l’Artista iniziò le sue Figure fisse, immobili e frontali a segnalare il senso angoscioso della realtà, alla maniera dell’Esistenzialismo, ammirato in questo da Sartre. 
Tra il 1948 e il 1956 la sua fama si affermò in tutto il mondo, da Londra, a Parigi, da Zurigo a Basilea e a New York.

Le sue sculture in movimento, sottili, corrose con l’impronta dei suoi polpastrelli nella materia, simboleggiano in conclusione il dramma esistenziale dell’uomo contemporaneo. 

Kandinsky

Ebbene, ora in mostra, gruppi di queste opere, disposti su lunghe pedane e su piedistalli di diversa altezza formano una teoria emozionante. Le opere della maturità, inoltre, quali la Grande donna in piedi, di quasi tre metri di altezza, e il celebre Uomo che cammina, e Donna di Venezia – esposta alla Biennale veneziana del 1956, figura femminile nelle sue “nove variazioni” ora qui presentate – giganteggiano pur nella vastità della sala. Vi si riscontra l’interesse di Giacometti per la figura arcaica e in particolare dell’arte etrusca che fu per lui sconvolgente quando, nel 1955 al Louvre, vide la mostra su quella civiltà. Volle così vedere a Volterra, nel Museo Etrusco, la celebre e potente scultura longilina di anonimo del 270 a.C. “Ombra della sera”; visita e influenza documentate anche dalla mostra “Giacometti et les Etrusques”, allestita nel 2012 alla Pinacotheque de Paris. 
Giacometti nell’ultimo decennio di vita, cercò di raggiungere “l’assoluto” attraverso l’ossessione del processo creativo con uno stile unico e impareggiabile: forme nello spazio che colgono la solitudine dell’animo umano anche se si convinse, dopo 228 sedute in due anni di Isaku Yanaihara, filosofo giapponese a cui voleva fare il ritratto, dell’impossibilità di raffigurare l’entità tangibile.

L’ultima sua opera, prima della morte avvenuta nel 1966, è la serie di 150 litografie dei luoghi in cui aveva vissuto.
Giacometti, in sintesi, è stato un artista capace di interpretare le fragilità dell’uomo del Novecento, sgomento di fronte all’insensata crisi dell’anteguerra, della seconda guerra mondiale e degli anni della ricostruzione nella distrutta Europa, lasciandoci un segno profondo e inconfondibile di quell’epoca storica tanto drammatica.


La mostra, organizzata da Linea d’Ombra con il Comune di Verona e la Fondazione Maeght, è curata da Marco Goldin. Main sponsor il Gruppo Baccini. Da non perdere.

Anna Maria Di Paolo 

Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky
Verona, Palazzo della Gran Guardia, Piazza Bra. 
Fino al 5 aprile 2020, ore 10-18, chiuso lunedì. 
Info > lineadombra.it

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CHIUSA LA BIENNALE ARTE DI VENEZIA 2019

CHIUSA LA BIENNALE ARTE DI VENEZIA 2019

Teresa Margolles, Muro Ciudad Juárez, 2010

Oggi, domenica 24 novembre 2019, la 58. Esposizione Internazionale d’Arte organizzata dalla Biennale di Veneziapresieduta da Paolo Baratta e curata da Ralph Rugoff, che oggi hanno incontrato i visitatori per esaminare il lascito della Mostra e tracciare le considerazioni finali su un’edizione che ha richiamato anche quest’anno una straordinaria attenzione e un grande numero di visitatori.

Durata poco più di 6 mesi, la Biennale Arte 2019 si conclude confermando i 600mila visitatori (593.616), a cui si aggiungono 24.762 presenze durante la pre-apertura.

Grande la presenza dei giovani: i visitatorisotto i 26 anni rappresentano il 31% dei visitatori totali. I visitatori che hanno visto

la Mostra

in gruppo sono stati il 17% del pubblico complessivo.

Così il Presidente Baratta ha commentato i risultati:

“Si chiude oggi la 58. Esposizione Internazionale d’Arte. Sono trascorsi ventuno anni dalla riforma della Biennale. La 58ma, con il suo titolo – May You Live In Interesting Times- ci ha invitato a considerare sempre il corso degli eventi umani nella loro complessità, invito che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione generato da conformismi e paure. Un titolo che così interpretato riassume anche le stesse ragioni d’essere di una Biennale. Ma al di là del titolo anche questa Mostra, come tutte quelle che si sono susseguite negli ultimi vent’anni, da quando La Biennale di Venezia è stata riformata, è stata segnata da una particolare sensibilità al tema del rapporto con il visitatore. Tutte le Biennali, infatti, hanno mirato innanzitutto a rendere partecipe il visitatore alla riflessione sull’arte e sull’indagine che gli artisti contemporanei sviluppano continuamente su se stessi.”

“Si è mirato alla valorizzazione dell’incontro tra visitatore e opere, incontrate come nel momento del loro nascere, a promuovere l’ingaggio del visitatore, a promuovere conoscenza ma anche consapevolezza, a sviluppare rispetto e attenzione per l’autonomia dell’arte, e qui per le autonome parziali, ma trasparenti scelte del curatore. Si è interpretato il ruolo della Biennale come quello di un’Istituzione impegnata a promuovere una società libera, aperta e consapevole.”

“Abbiamo apprezzato l’impegno dei paesi partecipanti cresciuti in numero (90) per lo spirito con cui hanno deciso di partecipare e hanno partecipato al grande dialogo sull’arte, che grazie alle loro scelte organizzative si sviluppa in un clima di straordinario pluralismo.”

“I visitatori sono stati ancora una volta, nonostante le difficoltà delle recenti settimane, nell’ordine di 600.000, di cui una presenza di giovani ancora in crescita. I visitatori sono diventati il partner principale della Biennale. Da essi viene un contributo decisivo per il mantenimento di condizioni di autonomia e libertà.”

“In tali difficoltà abbiamo avvertito in misura ancor maggiore la responsabilità che ci viene dall’operare in e a favore di una città che ci ospita e ci abbellisce e alla quale vorremmo sempre rendere almeno parte di quanto ci dona.”

“Ci avviamo alla chiusura. Sono in corso affollati Meetings on Art e performance sostenute dall’Arts Council England. Stasera riuniti a Ca’ Giustinian scambieremo un festoso ringraziamento con tutti quanti hanno collaborato, in Biennale, in Venezia e da tante parti del mondo, alla realizzazione della Mostra, ringrazieremo Ralph Rugoff e i suoi collaboratori e ci faremo gli auguri per i prossimi appuntamenti.”

“Presentiamo, infine, il volume Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia, 1895-2019 che riassume tutte le Biennali d’Arte dal 1895 a quest’ultima, a cura dell’Archivio Storico della Biennale, edito dalla Biennale di Venezia (analogamente a quanto fatto due mesi fa per tutte le edizioni della Mostra del Cinema).”

Sun Yuan e Peng Yu, Can’t help myself, 2016

I NUMERI DELLA MOSTRA

79 Artisti invitati alla Mostra

90 Partecipazioni Nazionali

30 Partecipazioni Nazionali nei padiglioni storici ai Giardini

25 Partecipazioni Nazionali all’Arsenale (con Italia)

35 Partecipazioni Nazionali nel centro storico di Venezia

4 Partecipazioni Nazionali presenti per la prima volta: Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan. La Repubblica Dominicana ha partecipato per la prima volta con un suo padiglione alla Biennale Arte; aveva già partecipato in passato con IILA.

2 Progetti Speciali: Padiglione delle Arti Applicate in collaborazione con il Victoria and

Albert Museum di Londra; Progetto Speciale Forte Marghera a Mestre

21 Eventi Collaterali

Tra i fenomeni interessanti, il favore col quale è stata accolta dal mondo del cinema e dello spettacolo la possibilità di visitare la Mostra da parte di personalità quali Brad Pitt, Julie Andrews, Tim Robbins, Atom Egoyan, Lucrecia Martel, Rodrigo Prieto, Shin’ya Tsukamoto, Emir Kusturica, Laurie Anderson, Chiara Ferragni e Fedez, Susanna Nicchiarelli.

Martine Gutierrez, Demons, Tlazoteotl ‘Eater of filth’, p92 from Indigenous Woman, 2018

BIENNALE SESSIONS

Il progetto Biennale Sessions – dedicato alle Università, Accademie di Belle Arti, istituzioni di ricerca e formazione nel settore delle arti visive e nei campi affini – ha favorito per il decimo anno consecutivo la visita della Mostra a gruppi di studenti e docenti, registrando una straordinaria partecipazione di università straniere.

69 università coinvolte di cui 19 università italiane e 50 università straniere provenienti da tutti i continenti, con 9 Università coinvolte, la Germania e il Regno Unito sono i secondi paesi per adesioni, seguiti dagli Stati Uniti d’America (7).

4.554 studenti universitari coinvolti nel progetto.

EDUCATIONAL

34.858 i giovani e gli studenti che hanno partecipato alle attività educational

1.655 gruppi

7.227 insegnanti coinvolti nelle attività educational in sede espositiva

3.729 insegnanti coinvolti nelle preview dedicate

783 scuole partecipanti di cui:

64 scuole dell’infanzia e nidi

117 scuole primarie

65 scuole secondarie di I grado

537 scuole secondarie di II grado

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LEONARDO E LA MADONNA LITTA. Milano. Museo Poldi Pezzoli

LEONARDO E LA MADONNA LITTA.

Milano. Museo Poldi Pezzoli

Nell’ambito delle celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, il Museo Poldi Pezzoli presenta la mostra Leonardo e la Madonna Litta, opera attribuita a Leonardo la quale, dopo trent’anni dall’esposizione a Palazzo Reale, torna a Milano dall’Ermitage.

L’opera, eseguita verso il 1490 circa a Milano, fece parte della pregevole collezione dei duchi Litta e nel 1865 fu venduta da Antonio Litta Visconti Arese al museo dell’Ermitage che da allora la custodisce.

Leonardo realizzò anche due bozzetti di questa Madonna – ora una al Museo Städel di Francoforte e l’altra al Louvre – i quali hanno anche consistenti affinità di stile con la seconda versione della “Vergine delle rocce” della National Gallery di Londra, anch’essa discussa per l’attribuzione, ma che, sottoposta ai raggi infrarossi nel 2005, ha rivelato un precedente disegno attribuibile a Leonardo.

Il dipinto, comunque sia, conobbe una rilevante fortuna nel Ducato milanese tanto che molteplici furono le ispirazioni e le copie eseguite al tempo da artisti lombardi. Ora l’opera sarà il nucleo dell’esposizione al Museo Poldi Pezzoli attorno al quale si riflette sul “ruolo della bottega” di Leonardo e sul contributo dei suoi allievi più bravi per realizzare materialmente questa opera, come del resto fece Leonardo stesso a Firenze nella bottega di Andrea del Verrocchio con l’Angelo del Battesimo di Cristo in cui “benché fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera che molto meglio de le figure d’Andrea stava l’Angelo di Leonardo..” scrisse il Vasari che aggiunse anche che Verrocchio “sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui” smise per sempre di dipingere.

Sta di fatto che per la Madonna Litta “l’ideazione del soggetto” del quadro è, per riconoscimento di tutti gli studiosi, del genio di Leonardo sia per la leggiadria sconfinata dell’ indole soave della mamma nell’ atto dell’ allattamento, più che della Madonna, sia per il paesaggio negli sfondi eccelsi di rarefazione.

E quand’ anche, in virtù di due disegni preparatori realizzati da Giovanni Boltraffio, il migliore degli allievi di Leonardo, si possa ipotizzare un aiuto o addirittura l’ esecuzione materiale de La Madonna Litta, non ci sarebbe nulla di grossolano in quanto ciò rientrebbe nella logica del rapporto maestro- allievo. E gli allievi del Maestro, del resto, realizzarono splendidi soggetti simili come “Madonna del fiore” di Boltraffio del Museo Poldi Pezzoli e varie “Madonne con Bambino” di d’Oggiono. Ammirevoli inoltre della stessa scuola di Leonardo le opere di brillanti artisti come Francesco Napoletano con la Madonna col bambino e il Maestro della Pala Sforzesca con la Madonna con il Bambino che gioca con il rosario le quali replicarono in diverse copie questo diffusissimo soggetto alla fine del Quattrocento, quando Leonardo viveva ed era attivo a Milano, dal 1482 al 1499, alla corte di Ludovico il Moro.

Le venti opere tra dipinti e disegni che costituiscono la mostra, provengono da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo e tra esse considerevoli sono anche i “disegni” come Studio di panneggio e Studio di testa femminile di Boltraffio e un altro riferito a Leonardo, di proprietà della Biblioteca Ambrosiana, eseguito in sottile punta metallica, probabilmente per il dipinto dell’Ermitage, con dettagli che poi si ritrovano nei quadri.

Certo è che, dulcis in fundo, arrivati alla presenza de La Madonna Litta tutta l’attenzione è per il fascino della composizione ammanatata in un’aura più di delicatezza terrena che divina.

La mostra è organizzata col sostegno del Comune di Milano, Regione Lombardia, MIBAC – Ministero per i beni e le attività culturali – e dalla Fondazione Bracco. E’ a cura di Pietro C. Marani e Andrea Di Lorenzo con allestimento dello studio Migliore e Servetto Architects e il progetto grafico di Salvatore Gregorietti, con catalogo Skira.

Approfondite sono state le analisi diagnostiche, rese possibili per il contributo della Fondazione Bracco e coordinate dall’Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del CNR in collaborazione con l’Università di Milano e l’Università di Milano-Bicocca, le quali ora sono visibili in apparato multimediale, realizzato da SENSE, sia in mostra sia sul sito internet del Museo Poldi Pezzoli e della Fondazione Bracco.

Eda esse è così emersa una maniera analoga di realizzare i disegni e i dipinti di alto livello da parte degli artisti della bottega di Leonardo.

Una mostra quindi da vedere perchè fa conoscere al pubblico il progresso per l’attribuzione di un’opera d’arte non soltanto coi documenti dell’epoca, ma anche con ragguagli sui passaggi di appartenenza e sulle analisi tecnologiche odierne che, insieme allo stile e alla forma, consentono di esprimere l’ attribuzioni delle opere d’arte, come in questa coinvolgente mostra del Poldi Pezzoli.

Anna Maria Di Paolo

Leonardo e La Madonna Litta . Museo Poldi Pezzoli, Via Manzoni 12 Milano. Fino al 10 febbraio 2020 https://museopoldipezzoli.it

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BIennale 2019

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BIENNALE ARTE 2019. “MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES”

BIENNALE ARTE 2019. “MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES”

La Biennale Arte 2019 “Contro la semplificazione, il conformismo e la paura”, invita ad una riflessione col motto “May You Live In Interesting Times”, scelto dal direttore Ralph Rugoff.

Se è vero, del resto, che l’arte non cambia la storia politica di movimenti nazionalisti e di governi autoritari, tuttavia, aiuta, con una sua visione sociale, a vivere senza paraocchi e preconcetti. Triste, ad esempio, è la visione del Padiglione Venezuela chiuso ai Giardini per via della difficile situazione politica del Paese che suscita raggelanti motivi di riflessione!

Ma è, per fortuna, l’unico caso perchè, infatti, a Venezia l’inno all’arte con 79 Artisti invitati e 90 Partecipazioni Nazionali si espande non soltanto nei luoghi istituzionali come gli storici Padiglioni ai Giardini e all’Arsenale, ma anche nel centro storico, nelle calli, nei magnifici Palazzi, nelle Chiese e nelle Isole in cui gli artisti divulgano la sfida per vivere questi tempi interessanti e complessi.

Gli Artisti alla Biennale propongono, insomma, significati alternativi alle contraddizioni del presente e stimolano a non rassegnarsi alla violenza individuale e collettiva e alle disuguaglianze nella distibuzione del benessere, a cui sono legate, ad esempio, le migrazioni.

Tale è il tragico destino dei profughi a cui è legata anche l’esposizione all’Arsenale, da parte dell’artista svizzero Christoph Büchel, del relitto del peschereccio affondato nel Mediterraneo, con 700 migranti morti e che induce alla riflessione. O, ancora, l’eclatante caso del “Rifugiato dello spazio” in cui l’artista turco Halil Altindere racconta la storia vera di Muhammed Ahmed Faris, astronauta siriano che, nel 1987, viaggiò nello spazio nella spedizione sovietica, ex eroe nazionale e oggi oppositore del regime, diventato esule ad Istanbul!

I numerosi interventi artistici dal mondo riferiscono, dunque, la condizione dell’individuo ancora oppresso da divisioni, da guerre numerose e dai muri, come quello di “Ciudad Juarez” di Teresa Margolles, ai Giardini, crivellato dai colpi e con filo spinato che rimanda alla crudeltà della narcoviolenza nel suo Messico; opera forte che ha ricevuto una menzione speciale dalla Giuria.

All’arrivo, curiosità suscita la nebbia che avvolge il Padiglione centrale ai Giardini: “no problem”, proviene dall’installazione di Lara Favaretto, l’unica artista italiana invitata, insieme a Ludovica Carbotta. La prima, poi, in Snatching all’Arsenale, espone blocchi di cemento con sue impronte a cemento liquido per raffigurare confini fisici e problemi nella città; mentre la Carbotta, col progetto “Monowe”, presenta un frammento di città del futuro con uno stile di vita individualistico, progettato quindi per una sola persona, a forma di torre di guardia capovolta, a significare l’assurdità di controllo. Caratteristica della 58ª Edizione è che gli Artisti invitati sono solo viventi e, per la prima volta, in prevalenza donne, 20 di origine statunitense e altre afro-asiatiche; inoltre il direttore Rugoff ha diviso le opere in Proposta A , ai Giardini, e, Proposta B, all’Arsenale, con un certo strabismo mnemonico e percettivo!

Ma, iniziamo l’itinerario nel Pad. Centrale: sorprendente Maria Loboda con opere in corridoi spiazzanti lattiginosi; Michael Smith con un’installazione di incudini vere nello storico giardino di Carlo Scarpa; l’indiano Shilpa Gupta e il suo “Cancello mobile oscillante”, simbolo di resistenza fisica e ideologica di confini, di potere e censura, mentre all’Arsenale impetuosa è la sua simbolica installazione di microfoni e fogli trafitti in una babele di voci di 100 poeti incarcerati per le loro opere nel mondo.

Ai Giardini impressionante è anche “Bloody clean machine” dei cinesi Sun Yuan e Peng Yu nel tentativo vano di pulire il sangue- inchiostro rosso, sparso a terra, nella relazione alienante uomo- robot.

E poi il sud coreano Suki Kong con “Ritratti scultorei” della nonna in piena tradizione, come anche gli intimisti merletti delle australiane Margaret & Christine Wertheim o le stoffe di Rosemarie Trockel, Alexandra Bircken e Yin Xiuzhen. E ancora la presenza insolita di un Lama tibetano: Khyentse Norbu con un video ascetico, ambientato in “Monastero Buddhista in Nepal”.

Giardini-Arsenale: snervante!

Tra le tante sculture, video e installazioni, spiccano le opere di Jimmie Durham, “Leone d’Oro alla Carriera” autorevole per età e per poetica, il quale assembla oggetti poveri con suggestiva simbologia nelle enormi sagome di animali in via di estinzione, denunciando l’ irresponsabilità dell’Uomo verso la Natura.

Emozionali anche i video, limitati quest’anno per scelta del Direttore preferendo pittura e fotografiadi immediata visione; tuttavia non mancano video digitali, come quello dell’ inglese Ed Atkins, all’Arsenale: «Old Food», abbastanza inquietante per l’ infausta e allarmante previsione di un mondo perduto.

E poi raggelante appare l’installazione all’Arsenale di Alexandra Bircken, “Eskalation”, con 40 figure in latex nero che pendono dal soffitto, visione distopica della fine dell’umanità.

La denuncia, invece, di George Condo nel dipinto “Facebook” è più reale nel raffigurare le falsità di bot e troll dei social network, come anche quelle di Arthur Jafa e Kahlili Joseph che, intrecciando più schermi con la multidimensionalità web, giornali e tv, sottolineano la precarietà dell’informazione tra realtà e finzione.

Non manca il riferimento al razzismo di Henry Taylor che indica quanto grande sia ancora, in America, il pregiudizio dei bianchi verso i neri.

E poi la denuncia di violenza, con immagini di varia umanità che ha subito abusi di ogni genere a Calcutta, da Soham Gupta: venti scatti drammatici di volti e corpi che evocano tuttavia la sofferenza universale.

Vivace anche il tema sulla “comunità LGBTI” di Zanele Muholi che, con fotografie in bianco e nero, ritrae se stessa per opporsi ai tanti pregiudizi contro gli stereotipi di genere.

Ma tantissimo c’è ancora, basti ricordare le 90 partecipazioni nazionali nei Padiglioni che come sempre suscitano curiosità e critiche e sono presi d’assalto, per cui le file sono estenuanti: in primis a quello della Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, Russia, Giappone, Australia e Svizzera, Brasile, Austria, Israele e il Belgio che ha avuto una menzione speciale dalla Giuria, e il Padiglione della Lituania “Sun & Sea” a cui è stato assegnato il Leone d’oro.

E ancora all’Arsenale: gli Emirati Arabi, Argentina, India con omaggio a Ghandi, Cina, e tra altri il Ghana, con inno alla sua indipendenza dal colonialismo.

Il Padiglione Italia,infine, a cura di Milovan Farronato, è ispirato a Calvino in riferimento all’intricata rete di calli a Venezia . Una “ sfida del Labirinto” che riunisce opere di Liliana Moro – con lavori storici associati ad altri nuovi- Enrico David – con figure grottesche e oggetti vari – e Chiara Fumai – morta prematuramente nel 2017, con opere già esposte e una produzione inedita- : tutte ispirate alla complessità e indeterminatezza del mondo contemporaneo in cui, tuttavia, attraverso la conoscenza si cerca l’uscita verso la Libertà, alle note di “Bella Ciao”.Circa 20, inoltre, sono gli eventi collaterali, tra cui Baselitz all’Accademia, Pascali alle Zattere, Gorky a Ca’ Pesaro e la mostra di Chiara Dinis al Museo Correr, tra le attività “Educational”.

Critiche? Tante, ma teniamo buona la favola di Esopo su “Il contadino, il figlio e l’asino” perché alla fine ciò che conta è l’ invito dell’Arte a riflettere sulla complessità umana e sulle relazioni connesse.

Anna Maria Di Paolo

Fino al 24 novembre 2019

Immagini:

Jimmie Durham, Leone d’Oro alla carriera

Sun Yuan e Peng Yu, Bloody clean machine

Christoph Büchel, relitto del peschereccio affondato nel Mediterraneo

Lara Favaretto, No problem

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BIennale 2019

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