MAN RAY. MUSEO D’ARTE, LUGANO

MAN RAY. Museo d’Arte, Lugano

Kiki de Montparnasse

Il mio scopo non è mai stato documentare i sogni, ma realizzarli” scrisse l’irrequieto Man Ray che si oppose sempre agli elementi formali dell’arte divenendo uno dei più drastici rappresentanti del Dadaismo e del Surrealismo.

Condusse sempre una vita anticonformista che si riflesse nella sua ricerca artistica spesso corrosiva, ma sempre interessante e innovativa.

Emmanuel Radnitsky, nato a Philadelphia nel 1890 da emigrati dalla Russia negli Stati Uniti, si trasferì con la famiglia a Brooklyn e, terminati gli studi nel 1908, si interessò di architettura e di arte frequentando a New York la Galleria di Alfred Stieglitz dove apprese il concetto di fotografia artistica.

Ebreo americano, egli era alla ricerca di un’identità, così iniziò dal cambio del nome, assumendo lo pseudomino di Man Ray e poi, quando ricevette da Duchamp il messaggio del Dadaismo, vi aderì con passione decidendo di trasferirsi a Parigi e iniziando la fase più importante della sua vita durante la quale sperimentò le rayographie, fotografie senza macchina fotografica, ottenute poggiando oggetti direttamente sulla carta fotografica.

Della fotografia Man Ray amava l’ambiguità e per ottenerne effetti speciali ricorse ad altre tecniche sperimentali come la solarizzazione e il collage divenendo, in oltre mezzo secolo di attività, uno dei più geniali fotografi d’avanguardia.

Ora, e fino al 19 giugno 2011, al Museo d’Arte di Lugano duecento opere di Man Ray, provenienti dalla Fondazione Marconi e da altri prestatori privati, formano una rilevante antologica di fotografie, di oggetti di culto e di dipinti poco visti.

La mostra si pone come obiettivo di illustrare l’eclettica fantasia creatrice di Man Ray attraverso confronti di immagini e fonti di ispirazione che, col suo temperamento vivace, sempre ricercò nella sua vita singolare.

Ed è così che opere di Pablo Picasso, Duchamp, Jean Arp, Picabia e, tra altri, Meret Oppenheim sono presenti in mostra per dare l’idea del fermento culturale in cui Man Ray visse e da cui trasse ispirazione per le sue innovazione di contenuti e di tecnica. A tal proposito Man Ray scrisse:

Mi sono divertito a fare fotografie che possono essere scambiate per riproduzioni di dipinti e dipinti che possono essere scambiati per fotografie”.

Per meglio ripercorrere la straordinaria vita umana e artistica di Ma Ray, la mostra si articola in quattro sezioni cronologiche e, al tempo stesso, tematiche sui temi delle donne, dell’occhio, della maschera e dell’ambiguità.

La prima riguarda “Gli anni della formazione”, fino al 1921, trascorsi da Man Ray fra New York e Ridgefield nel New Jersey, sede di una comunità di artisti dove nel 1913 egli andò a vivere e dove incontrò e sposò la poetessa belga Donna Lecoeur che lo avvicinò ai poeti francesi Mallarmé, Rimbaud e Apollinaire. Vide, nel frattempo, opere di Marcel Duchamp e Francis Picabia all’Armory Show e rimase affascinato dai movimenti artistici europei tanto che dipinse un ritratto di Alfred Stieglitz, il suo primo quadro cubista.

Il periodo parigino, 1921-1940, lo visse a contatto con i più grandi artisti del Novecento, infatti nel 1921 l’amico Duchamp lo introdusse nell’ambiente artistico di Max Ernst, Picasso, Léger e Mirò.

Prima di lasciare New York per Parigi, Man Ray aveva pubblicato con Duchamp il numero unico del “New York Dada”, ma è a Parigi che l’artista si sentì dadaista. Man Ray era essenzialmente un pittore, ma si affermò soprattutto nella fotografia, a cui diede, infatti, un’impronta dadaista e surrealista rivoluzionando quest’arte. Nel primo periodo parigino, tuttavia, non ebbe successo come pittore e così decise di collaborare come fotografo professionista con riviste di moda come «Harper’s Bazar», «Vogue» e «Vanity Fair».Kiki de Montparnasse

A Parigi, comunque, ebbe per modelli degli intellettuali come James Joyce, Gertrude Stein e Jean Cocteau, ma anche donne affascinanti come la cantante Kiki de Montparnasse di cui si innamorò e che dal ’21 divenne la sua modella preferita. La ritrasse, infatti, in migliaia di foto, per tutte basti le “Violon d’Ingres” in cui Man Ray sovrappose il fotogramma del corpo nudo di Kiki ai segni a effe del violoncello, suscitando grande scandalo per quel mostrare il corpo come strumento da suonare.

Man Ray dal 1934 fotografò anche la celebre artista surrealista Méret Oppenheim, conosciuta per la sua tazza da tè ricoperta di pelliccia, in una serie di nudi che fecero scalpore.

Con Lee Miller, fotografa surrealista e sua compagna, Man Ray utilizzò, inoltre, per primo la solarizzazione, tecnica fotografica con cui ottenne attorno al soggetto un alone luminoso.

Man Ray fece molti incontri con donne celebri e affascinanti che divennero sue modelle e muse e di cui s’innamorò: Kiki de Montparnasse, Lee Miller, Nusch Eluard e, tra altre, Juliet Browner, ultima moglie e soggetto privilegiato dei suoi lavori.

Lugano dedica ad ognuna i racconti in cui Man Ray rievoca i primi incontri e gli sviluppi professionali e amorosi. A tal proposito è disponibile in mostra un’audioguida autobiografia in cui Man Ray stesso fa la storia dell’ispirazione delle opere in modo disinvolto e ironico, raccontandone i dettagli.

L’artista girò anche film d’avanguardia come Anemie cinema e L’étoile de mer, Le Retour à la raison, Emak Bakia e Les Mystères du château de dé, Un chien andalou con Bunuel che fanno parte della storia del cinema.

La terza sezione: “Parigi e Hollywood, 1940-1951”, è dedicata agli anni di guerra e del dopoguerra. Man Ray era tornato ad occuparsi di pittura e a collaborare con altri artisti, aveva esposto con Picasso, Ernst e Mirò, ma nel 1940, col crollo della Francia e l’occupazione nazista, lui ebreo, ma con passaporto americano, si trasferì a New York, dove nel 1946, sposò Juliet Browner, una modella del Bronx, con la quale alla fine della guerra ritornò in Francia dove re-iniziò la sua intensa attività artistica.

E, infine, la quarta sezione riguarda gli ultimi anni: “Parigi, 1951-1976”, nei quali avvenne il maggiore riconoscimento per la sua poetica d’avanguardia. Man Ray, infatti, ebbe legittimazioni importanti: partecipò, nel 1961 alla Biennale di Venezia ricevendone una medaglia d’oro e, tra altre, nel 1968, prese parte, nel Museo di Arte Moderna di New York, all’importante mostra “Dada, Surrealism, and their Heritage”.

Nel 1973 il Metropolitan Museum of Art di New York gli dedicò una personale con 125 delle sue opere fotografiche. La forte richiesta di mercato delle sue opere indusse Man Ray a riprodurre i suoi primi dipinti in litografie e a creare multipli dei suoi oggetti unici come i celeberrimi Cadeau, il ferro da stiro chiodato, la piccola macchina da cucire e la Venere legata da una corda.

La sua autobiografia Self Portrait, Autoritratto, fu pubblicata nel 1963.
Nonostante fosse malato, Man Ray continuò a lavorare fino alla morte, avvenuta nel 1976.

Artista a tutto tondo, Man Ray, insomma, non soltanto è stato pittore, fotografo, creatore di oggetti e film sperimentali, ma ha avuto la passione per gli scacchi, l’attrazione per la relazione fra realtà e finzione e per la filosofia di “Totale libertà” del Marchese de Sade che seguì nella vita e nell’arte conferendovi un’ impronta originale ironica, ambigua e straniante.

Man Ray, infatti, fu artista demistificatore, ma anche poetico, indagò la naturalità del corpo femminile, ma ne evidenziò anche gli elementi fantastici trasferendovi la sua inquieta visione ideale del mondo.

Correda la mostra, che è stata curata da Guido Comis, Marco Franciolli e Janus in collaborazione con la Fondazione Marconi di Milano, un ricco catalogo, edito da Skira, con tutte le immagini delle opere in mostra e vari contributi critici inediti.

Anna Maria Di Paolo@

Man Ray. Museo d’Arte, Lugano fino al 19 giugno 2011

Info: Dicastero Attività Culturali, Città di Lugano Tel: +41 (0)58 866 72 19 Fax: +41 (0)58 866 74 97

http://www.mdam.ch/

 




 

 

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