JIM DINE ALLA GALLERIA AGNELLINI DI BRESCIA

JIM DINE


Non credo che l’ossessione sia divertente o che non essere in grado di fermarne l’intensità sia divertente”. 
Il cuore, l’accappatoio, la mano aperta, la Venere di Milo, il cancello in ferro, Pinocchio sono i soggetti che Jim Dine ripete ossessivamente per centinaia di volte, ma sempre in maniera diversa dalla precedente facendone delle allegoriche rielaborazioni dell’arte e della vita.

Sappiamo che egli ha realizzato ben quattromila pinocchi di varie fogge e grandezze spiegandoci che “L’idea di un pezzo di legno che parla e che diventa un ragazzo in carne ed ossa è una metafora dell’arte, è l’estrema trasformazione alchemica”. E Pinocchio, dal naso inconfondibile, pur rimanendo se stesso nella rozza sbozzatura del legno, assume anche qualche carattere di uno dei miti americani dell’infanzia alla Walt Disney, coi capelli corvini e i guanti bianchi alla Miki Mouse. Nel 2008 un suo Pinocchio alto 9 metri è stato collocato a Boros, in Svezia. E a questo punto non si sa come credere alla sua iniziale affermazione.

Sta di fatto che sovente la sua capacità dell’ossimoro reiterato, del suo servirsi di una parte per indicare il tutto, rende il messaggio ancor più diretto e incisivo per cui immaginiamo che l’ossessione-passione per i cuori o le Veneri costituiscano, alla fine, per l’artista la possibilità di liberarsi da incubi diurni più che notturni raffigurandoli senza soluzione di continuità e spesso giocandoci con ironia. Ora, cuori solitari e in coppia, accappatoi multicolori isolati e tronfi, statue di Venere coloratissime e binate o anche singole in legno nero, insomma, venti opere tra dipinti e sculture in bronzo e legno si possono ammirare nella mostra allestita nella Galleria Agnellini di Brescia.

Attrae prepotente nelle opere presentate la freschezza del tratto sia pittorico che scultoreo, la vivacità dei colori e il loro ardito accostamento che ci dimostra ancora una volta come, per alcuni eletti, la creatività non sia legata all’ età anagrafica, se è vero come è vero che sono proprio 76 gli anni di Jim Dine, carico inoltre di una cinquantennale ricerca artistica.

Ciò che salva dalla vieta ripetitività uno dei più autorevoli interpreti dell’arte americana dagli anni ’60 ad oggi e ce lo mostra così giovane e vitale è il suo linguaggio diretto, espressionistico mediato altresì da una solitaria vena poetica.

Comprimario con Rauschenberg, Robert Indiana, Lichtenstein, Hamilton, Wesselmann, Peter Phillips e Warhol della Pop Art, che esplose ed ebbe un riconoscimento internazionale alla Biennale di Venezia del ’64, Jim Dine ha poi attraversato, in mezzo secolo di attività ininterrotta, il movimento del Nuovo Realismo Americano inglobando, altresì negli anni Ottanta, l’Espressionismo.

Jim Dine, nato a Cincinnati nel 1935, appena si laureò nel 1957, si trasferì a New York dove con Oldenburg, Allan Kaprow e John Cage, musicista, elaborò anche degli happening come The Smiling Worker nel 1959 per la Judson Gallery.

Dine, che in Usa era lontano dal concomitante Minimalismo americano, si trasferì a Londra e viaggiò in Germania, Italia, Francia e Austria. Partecipò nel 1968 a Documenta a Kassel, ma nel 1971 ritornò negli Stati Uniti accentuando il linguaggio figurativo.

Negli anni Ottanta iniziò la scultura con la serie delle Veneri e disegnò scenografie e costumi teatrali.

Jim Dine ha tenuto mostre in tutto il mondo e sue opere si trovano in numerose collezioni pubbliche e private in Europa e in America.

Non abbandonando il fascino dell’Europa, ha scelto di vivere tra Parigi e New York.

La mostra, curata da Dominique Stella, è accompagnata da un ricco catalogo – con testi di Stella, di Claude Lorent e Gérard-Georges Lemaire – edito da Agnellini Arte Moderna. 

Anna Maria Di Paolo            © Produzione riservata

Jim Dine. Galleria Agnellini Arte Moderna
Via Soldini 6/A – Brescia, fino al al 24 Settembre da Mart a Sab 10.00/12.30 e 15.30/19.30 Chiuso Dom e Lunedi 

http://www.agnelliniartemoderna.it/



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