“FERRONI, UNA MALINCONICA RABBIA D’ARTISTA”

Ferroni, una malinconica rabbia d’artista”

L’intervista a Gianfranco Ferroni realizzata da Anna Maria Di Paolo nello studio dell’Artista a Bergamo, in Via S. Tommaso, nel Novembre 2000, è stata pubblicata in STILEarte N. 45 Febbraio 2001 ed è qui riproposta, in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa.

Per tale circostanza la GAMeC rende omaggio all’Artista che ha vissuto l’ultimo periodo della propria esistenza a Bergamo e Arialdo Ceribelli, amico e mentore di Ferroni, fa la Donazione di sue 35 incisioni e 10 fotografie alla Collezione Permanente della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo / Accademia Carrara.

Gianfranco Ferroni, nato a Livorno nel 1927, ha trascorso la maggior parte della sua vita a Milano dove, dopo una formazione autodidatta, ha aderito negli anni Cinquanta al Gruppo del “Realismo esistenziale” con Banchieri, Gasparini, Guerreschi, Romagnoni,Vaglieri e poi Ceretti, Bodini e Gianquinto.

Gianfranco Ferroni e gli altri giovani artisti, attratti dalla possibilità di intervenire concretamente nella realtà sociale, assunsero una chiara presa di posizione intellettuale in cui, nel rapporto tra arte e vita, rimarcavano la crisi dei valori e rivendicavano la necessità di un cambiamento, non avvenuto.

Da allora ha tenuto numerose mostre personali in Italia e all’estero, ha partecipato a rassegne internazionali d’arte quali le Biennali di Venezia del ’58, ’64, ’68, ’82, alla Biennale di Tokyo del ’64, al Salon de jeune peinture di Parigi nel ’66 e alle Quadriennali di Roma del ’59, ’72 e del 2000. Una grande mostra antologica alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Bologna ha riproposto recentemente l’intero percorso dell’artista.

La ricerca di Ferroni, che è stata sempre contraddistinta da un senso di “malinconia, di pietà, di religiosità cosmica”, dagli anni ’70 s’è andata focalizzando attorno all’indistinta e vaga possibilità per l’uomo di sondare l’assolutezza del tempo e dello spazio. Ne è derivata una pittura che, centrata su oggetti e spazi interni semplificati, coglie nelle immagini, un’essenza assorta, assoluta, metafisica in cui lo studio della luce ha una preminenza fondamentale come ne La luce della solitudine, Nella luce-Polvere, Interno, Pavimento, sedia, luce. Lo spazio di un interno qui rimane la vera rappresentazione del “correlativo oggettivo” del vuoto, del suo “limbo totale”. La valenza della composizione, la calibrata prospettiva classica della scansione dello spazio e il linguaggio estetico raffinato, nella loro apparente finitezza, compresenti, rimandano ad “altro”, all’eterno interrogativo del chi siamo e dove andiamo.

D. Quali sono i riferimenti culturali della sua ricerca, dal Realismo esistenziale ad oggi?

R.  Nel Realismo esistenziale – dagli Anni ’50 fino al ’60 – i riferimenti erano gli Espressionisti tedeschi, la Nuova Oggettività, le periferie di Sironi. Ciò che ci interessava da giovani era la denuncia anche arrabbiata di una società ingiusta che creava situazioni sperequate. Avevamo voglia di incidere per un cambiamento positivo. Col tempo ci siamo accorti che la pittura e la cultura in genere, che pure registra i sintomi di certe situazioni, non cambiano proprio niente.

Questa situazione ha creato un linguaggio aggressivo, pungente legato alla tradizione che nasce con gli Espressionisti e continua con Picasso. Noi eravamo nel dopoguerra quasi totalmente chiusi alla cultura europea perciò solo allora conoscemmo Picasso. Poi nella maturità i punti di riferimento sono diventati più selettivi, dallo studio della luce di Veermer alla costruttività compositiva della Metafisica italiana, da Caravaggio fino a Cezanne e Morandi.
Sono retaggi importanti per tutti.

D. Come ha conciliato la realtà con l’introspezione?

R. Vede anche i miei momenti più arrabbiati in pittura rivelano una componente autobiografica di malinconia e di pietà verso l’uomo, di religiosità cosmica che nasce dal senso del mistero dell’esistenza dell’uomo. In fondo cosa sappiamo noi? Ecco perché anche chi come me è ateo si aggrappa al mistero e alla paura della morte che non è conoscenza religiosa o sapienza.

D. In che rapporto sono i suoi soggetti col linguaggio scelto e il senso della bellezza?

R. I contenuti sono sempre degli alibi, un punto di partenza per significare altre cose. Certo io non saprei esprimersi attraverso l’Astrazione, tuttavia, mentre negli Anni 60/70 i soggetti riflettevano condizionamenti della cronaca e della storia, dal ’72 ad oggi la rappresentazione visiva delle cose non è più significante, è un riferimento da cui partire per dire altre cose. A me interessa arrivare al senso ultimo della fenomenologia delle cose; per intendersi non è amore/odio, significante/significato, ma senso d’incertezza legato ad una realtà cosmica che trascende i nostri sensi e che quindi non conosciamo. Quanto alla bellezza, che è il rapporto d’armonia interiore e non fatto estetico, considero essenziale la relazione d’equilibrio dei vuoti e dei pieni, del movimento e della fermezza. La bellezza formale è anche parte della mia formazione culturale in Toscana dove persino i contadini, nel coltivare i campi, ne hanno un alto senso.

D. Come considera le ricerche artistiche legate alla tecnologia?

R. Io non ho prevenzioni verso nessun mezzo espressivo, ma non li seguo assolutamente. Non solo la pittura, ma tutti i mezzi multimediali e non o le installazioni, se contribuiscono al disvelamento della realtà nascosta delle cose, ben vengano. Per ora a me non sembra che i nuovi mezzi ci siano riusciti.

D. Alla solitudine esistenziale si aggiunge anche quella reale, lontano dai Gruppi”, oggi inesistenti?

R. Oggi la commercializzazione ha invaso tutto il mondo, compreso l’arte che non serve più a nulla se non ad essere mezzo di scambio e di commercio. Nessuno più bada all’utilità del quadro come nel ‘400, quando il contadino ne guardava le figure per istruirsi e il principe lo acquistava per aumentare il suo prestigio.

L’artista è quindi un essere insignificante tenuto in piedi da una baracca deprimente. Così si assiste alla vendita di un quadro di Jasper Johns, che ha la mia età, per 27 miliardi! Ha qualche senso? Nessuno, soprattutto rispetto al mercato delle opere antiche.

Se quindi il Romanticismo, l’Impressionismo, la Fotografia hanno generato il distacco tra l’arte e la società, ora la distanza è totale. Eppure si è presenti nel mercato. Anch’io, ma mi sento come un monaco, un amanuense che coi suoi codici scritti a mano scende a valle per necessità d’esistenza.

E che trovo? Un mondo di telefonini che non mi appartiene per l’incultura spaventosa. Si, l’uomo mi sembra ignorante perché comunica il nulla coi suoi telefonini dell’ultima generazione.

Anna Maria Di Paolo     © Produzione riservata

Le immagini del silenzio” a cura di M. Cristina Rodeschini e Marcella Cattaneo

GAMeC, Spazio ParolaImmagine,  dal 13 maggio al 3 luglio 2011.

Nel decimo anniversario della sua scomparsa, la GAMeC rende omaggio a Ferroni che ha vissuto l’ultimo periodo della propria esistenza a Bergamo.

La Galleria Ceribelli, nello stesso tempo, dedica una monografica a Ferroni, costituita da circa 40 autoritratti, fotografie, incisioni e dipinti, e due importanti pubblicazioni: ‘Autoritratti’ e ‘In memoriam’.

 Bergamo: GAMeC, Spazio ParolaImmagine, via San Tomaso, 53,  www.gamec.it ;

Galleria Ceribelli, via San Tomaso, 86

www.galleriaceribelli.com

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