MILANO. LA POTENZA DELLA CREATIVITA’ DI BEPPE DEVALLE

La potenza della creatività di Beppe Devalle

 Il progetto artistico di Beppe Devalle a me sembra che sia il 
sovvertimento delle regole e dei giochi 
dell’arte attraverso l'arma sottile della conoscenza accurata e profonda 
dell'animo umano da lui indagati, con estrema chiarità d'intelletto e con 
forte partecipazione emotiva.  
Sì, Beppe Devalle è un sovversivo che si può permettere, in virtù della 
sua capacità di “fare pittura”, ormai sempre più rara, di sgusciare con 
finezza dalla codificazione globale dell'arte, affrancandosi, con la sua 
audace ricerca, dal sistema dell'arte corrente e corrivo, cosicché, nel 
contesto oscillante dell’espressione, inserisce le sue temporanee regole 
con la quali ci dona mappe di varia umanità, protagonisti che sulla tela 
interagiscono tra loro, pur appartenendo a epoche e contesti diversi. 
Tale complesse  creazioni, scaturite dalla sua genialità visionaria, 
conferiscono una sistematicità apparente alle opere, che, dal caos 
esistenziale una volta emerse nell'ideazione, acquistano piena 
consapevolezza ricomponendo una scheggia di esistenza. 
Il concetto attorno al quale s'impernia la ricerca di Beppe Devalle, 
in sostanza, è un modo di trattare lo spazio temporale in cui i soggetti dei 
quadri, travalicando poi la coscienza, si identificano per la durata, secondo la 
modalità indicata da Bergson. E' per la coscienza, del resto, che “essere”  è 
durare e in base a questo principio riusciamo a capire che Devalle fa sì che la 
“durata” sia contraria alla spazialità consentendo la “successione” di tali 
diversissimi personaggi che si giustappongono nella tela senza confondersi e 
che portano coralmente il loro messaggio. Se, dunque, la successione dei 
dati della coscienza e la “realtà” della vita dei personaggi sono 
incommensurabili, essi, tuttavia, sono sincronizzabili per effetto dell' 
interiorizzazione della realtà che viene riproposta in successione. 
In altre parole, quando Devalle immagina e costruisce storie della sua 
coscienza, mette assieme intellettuali, artisti e gente di potere, anche se 
sono vissuti in epoche e luoghi diversi. Così, ad esempio, le figure 
emblematiche di tre donne intellettuali emergono sulla tela attonite, 
inquietanti, in una fantastica compresenza che ci fa dimenticare che 
Virginia Wolf, 1882 – 1941, scrittrice innovatrice del Gruppo di 
Bloomsbury, Sylvia Plath, 1932-1963, poetessa e scrittrice statunitense, 
incinta e all'apparenza fulgida di vita e Sara Kane, 1971- 1999, la 
scrittrice e commediografa inglese, tutte e tre morte suicide per il 
travaglio mentale ed esistenziale, sono vissute in epoche e località 
diversissime, eppure sono accomunate dalla stessa determinazione che 
le ha portate ad alienarsi il bene massimo: la vita. E allora qui 
s'intersecano varie sollecitazioni emotive e mentali che, senza voler 
essere retoriche, rimandano all'eterna questione del significato della 
vita e della morte.   
Su un piano diverso, più algido e forse meno compassionevole - nel senso 
latino di cum patior , l'essere con l'altro nel sentire - è la tela sul duetto 
formato dall' aristocratica e distaccata Marella Caracciolo - soprannominata 
da Avedon che la fotografò “il cigno” per il lungo collo - e da Edoardo Agnelli 
bambino a cui la madre, non sembra riservare attenzione, in un astratto e 
livido  presagio. 
I personaggi convocati che idealmente rivivono sulle tele dall'artista torinese, 
dunque, catturano la memoria e inaspettatamente, si rivelano inoltre per chi 
guarda come una calamita vibrante. 
“ Marry me” sono le nozze di Simon Weil con Cristo e rappresentano un' 
ascetica idealizzazione della filosofa che teneramente tiene la mano 
infuocata del Cristo, mentre nell'altra ha un poetico mazzo di fiori, omaggio a 
Manet, e l'immagine di Cristo riprende e trasfigura quella del Tiziano in S. 
Rocco a Venezia ed ha in mano la catena del Dna, il codice della vita. 
L'intellettuale e mistica francese vestita da sposa ha il corpo di un vaso e lo 
sguardo rivolto a chi la guarda, avendo realizzato sulla tela il desiderio 
struggente. “Sono figure sacrali che incoraggiano ad avere forza” dice 
l'artista. 
Altri teleri rimandano alla meccanizzazione, alla mercificazione e al 
mercato dell’arte e, anche in questo caso, Devalle va controcorrente. 
In tre enormi lavori come “Andy Wahrol, Silvia Plath e Cattelan”, 
“Cattelan e le oche” e “Marylin, Avedon, e la cornice del Prado” l’arte è 
assunta come esempio paradigmatico di paradosso tra un massimo 
livello di creativa libertà e il massimo ingabbiamento all’interno del 
potere del denaro. 
Così Devalle collocandosi in ciò che Guattari definisce “universi di 
referenze e di valore” attribuisce un suo significato anche all'interazione 
del pubblico con l'opera, al di fuori della sua commercialità. 
Ed ecco che il cerchio si chiude con il punto in cui si parlava dell' 
indipendenza, della libertà e della sovversione dell'opera di Devalle 
nell'ambito del sistema ibrido dell'arte, lontano dall'autore manager di 
se stesso nell'accezione Arte, Moda, Mercato come nel quadro con 
Andy Wahrol. 
 Il conflitto col sistema consiste nel nell'essere all'interno degli ambiti costituiti 
dell'arte e nell' esprimersi con un linguaggio avversativo, satirico e di 
denuncia come fa Beppe Devalle che, col suo fare artistico ludico e livido, 
smaschera le ipocrisie e i falsi valori di mercato del potere globale del 
sistema dell'arte contribuendo a sovvertire  la comunicazione artistica. 
Nella poetica di Devalle, tuttavia, non mancano motivi lirici e di malinconia 
soprattutto nei ritratti individuali quali quelli di Marylin Monroe, Marlene 
Dietrich o Picasso nei quali ottiene risultati essenziali per effetto di un 
sofisticato linguaggio e per l'efficace tavolozza dei colori. 
Devalle, partito dall'Espressionismo astratto, e passato attraverso la Pop art, 
fin dai suoi primi lavori ha comunicato l' intensità della sua ricerca esponendo 
le opere in numerose e apprezzate mostre dagli anni Sessanta ad oggi. 
Nato a Torino nel 1940, Beppe Devalle che ha studiato all'Accademia 
Albertina, si è interessato inizialmente dell' Action painting e in seguito, 
ha approfondito lo studio della geometria e della fotografia dalla quale 
trae spesso ispirazione per rielaborazioni rigorose. Già nel '66  partecipò 
alla Biennale di Venezia dove fu invitato anche nel '72 e nell' 82 e negli stessi 
anni a Roma era presente alla Quadriennale. Nel frattempo si trasferì a 
Milano per insegnare pittura a Brera rimanendovi dal '76 al '97. 
Trasferitosi per alcuni anni a New York, vi ha ripreso la grande pittura sui temi 
forti della violenza, del dolore, del sacro e soprattutto della morte su cui 
s'incentra anche l'attuale ricerca sia attraverso i collages sia nella pittura di 
grande narrazione figurativa in cui l'eccezionalità della forma va di pari passo 
con la riflessione ironica, irriverente e dissacratoria della pittura stessa e della 
realtà contemporanea. 
Passare un pomeriggio nell'hangar dove Beppe Devalle ha eletto il suo 
atelier, alle porte di Milano - e muoversi con l'artista negli stanzoni 
insieme a Maria Teresa, l'amatissima moglie nonché assistente solerte e 
all'amico comune Dario Loda, newyorchese d'adozione a cui sono grata 
per avermi fatto conoscere e frequentare Beppe - significa entrare nel 
cuore dell' eccitazione della sua immaginazione e nella complessità 
programmatica dei lavori preceduti da centinaia di bozzetti preparatori 
sparsi sul pavimento ai piedi dei teleri e sui tavoli, che ci segnalano la 
macerata ricerca estetica prima del soddisfacimento conclusivo 
dell'opera. 
E così il fulgore dei colori, la nitidezza delle immagini, la luce nella quale 
si combinano sulla tela i personaggi si disvelano come il risultato di un' 
intensa e travagliata ricerca pittorica prima che Beppe Devalle si plachi 
fino al già pronto prossimo telero.
 
Anna Maria Di Paolo

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