LA REGOLA E L’ARBITRIO NELLE OPERE DI MARCO PIGNATTI

La regola e l’arbitrio in Marco Pignatti

Interpretazione dei tagli di Fontana 2011

Le ultime opere diMarco Pignatti sono “Frammenti della galassia”, “Paesaggio”, “Soleggiata”, “Lago”, “Doppio lago”, con riferimenti naturalistici almeno nei titoli, o ancora “Alien Aerport”, “Teoria di Ruffini”, “Interpretazione dei tagli di Fontana” 2011 e “Ricordo dei tagli di Fontana 2011” tra loro in antitesi ideativi più che formale ed esecutiva.

E se nel primo c’è l’elemento alieno, nel senso di diverso o forse arbitrario che si oppone alla regola nella “Teoria di Ruffini”, Pignatti si rifà al teorema del grande matematico, secondo il quale il sistema generale delle equazioni prova che la soluzione algebrica di equazioni di grado maggiore di quattro è impossibile. Per comparazione, dunque, elabora i colori in una forma compositiva la quale consegue una soluzione ed una precisione arbitrarie.

Così i colori dal celeste al blu e le geometrie dal grigio al rosa si combinano in una sintesi di piani di struttura privi di dati figurativi che integrano segni di luce colorata dominanti la superficie occupata e che denotano un ulteriore

approfondimento della sua ricerca sull’ambiguità percettiva.

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Artista autodidatta di Vigevano, Marco Pignatti verso i vent’anni conobbe l’opera di Fulvio Belmontesi e si avvicinò alla pittura. Lo attrasse successivamente la Optical Art, ma un determinante passo verso lo studio del colore avvenne quando comprese l’iter ideativo di artisti come Philippe Morisson, Garcia Rossi e Tornquist.

Ciò che lo attirò prepotente fu l’esigenza di un’analisi dei meccanismi visivi in relazione alla progettualità artistica ed estetica.

I passaggi della sua formazione lo portarono quindi dalle opere aniconiche del 1982 all’elaborazione del sistema visivo post immagine, ai lavori a fasce grigie e neutre e a quelli a fasce colorate che nell’accostamento producono vibrazioni cinetiche.

Si distanziò in seguito dall’arte programmata e polarizzò il suo interesse sull’esperienza informale e sullo Spazialismo con riferimento specifico alle semplificate strutture del Minimalismo di Arturo Vermi, grazie alla sollecitazione dell’amico critico Alberto Lùcia.

Il suo linguaggio visivo divenne un suo metodo di indagine per organizzare diversamente i segni artistici.

Le strutture della percezione assumevano altresì un carattere conoscitivo dei fenomeni della coscienza, attraverso procedimenti ottici e psicologici cosicché la rappresentazione mentale oltre che reale era anche illusoria.

Nel 1994 si riavvicinò alla pittura geometrica. Sembra infatti che Pignatti ne sia stato richiamatonon soltanto per l’ambito rigoroso del segno, ma anche per quello gestaltico del significato del colore.

Ricordo dei tagli di Fontana 2011

La sua ricerca allora si imperniò sulle tonalità cromatiche in rapporto allo spazio come nel trittico del 1994: “L’isola dei fantasmi, La cascata gialla e Alba sull’oceano”. In queste composizioni Pignatti raggiunge un’intensa liricità da cui traspare la sua tensione di persona ansiosa da cui sembra avere origine paradossalmente anche la sua pittura geometrica.

Nello stesso anno iniziò a frequentare la Galleria Sincron di Brescia dove espose l’anno successivo nella collettiva internazionale “Confronto 1995”.

E’ come se il ritorno al rigore degli spazi, delle linee e dei colori fungesse da involucro della sua parte recondita.

Si direbbe che questa iterazione sia stato determinata dalla necessità di una difesa meticolosa della abnorme attività delle sue emozioni in perenne movimento. E forse l’apparente semplicità di alcuni suoi concetti pittorici è da ricollegare proprio all’autodisciplina con cui egli è andato affrontando alcuni aspetti della sua vita non facile per controllare i misteriosi meandri della mente e per arginarne le aporie.

Il pittore ha quindi individuato nei processi artistici un potenziale e intrinseco valore di sublimazione della realtà.

Nel 2000 Pignatti espose ancora in una mostra che la galleria Sincron dedicò agli artisti del suo gruppo storico dal 1997 al 2001.

Nello stesso anno partecipò alla mostra “ Stultifera navis” organizzata dal Museo Paolo Pini di Milano e curata da Raffaele De Grada e da Marco Meneguzzo.

Di recente ha partecipato alla mostra internazionale “Costruire l’Europa” presso la Galleria Arte Strucktura di Milano.

Da allora si è dedicato ad una ricerca che lo ha portato da un concretismo rigoroso, con l’obiettivo principale di conseguire una tecnica operativa di progettazioni di tipo geometrico, programmato ed estetico eseguita come una sorta di creatività consapevole, ad un uso sensibile della percezione del colore che diventa più lirico, come si rileva in “Teoria di Ruffini” del 2004-2011.

La sua partenza di base è sempre la struttura geometrica, infatti egli esprime una concezione estrinseca dello spazio in cui emerge una calibrata campitura di risultati cromatici delimitati dal segno e dal colore che si dispongono per reciprocità e per trasparenze.

Il colore, inoltre, assume valore emozionale e lirico per l’aggiunta di maggiore luminosità e ben coesiste in un equilibrio di forme asimmetriche che fungono da paradigma della coniugazione del senso.

La geometria non ha più il vincolo di esistere da sola, le strisce colorate in orizzontale e verticale non sono più una semplice divisione dello spazio perché il colore è scelto come rappresentazione della mente e della coscienza e diventa una metafora più libera di percezione cromatica.

Le immagini che ne conseguono sono così statiche e dinamiche secondo uno studio delle teorie percettive e cinetiche, ma diventano anche percezione di un “gioco visivo illusorio” in cui lo spettatore stesso esercita una parte attiva.

Pignatti è arrivato, dunque, nella sua parabola ascendente, alla fase di una sintesi dei due fattori legati al piano intellettivo dell’ uso lirico della matematica e a quello emotivo dell’ interpretazione ideale della luce.

Per concludere viene alla mente l’affermazione di Kandinskij secondo il quale “Non dobbiamo ingannarci e pensare che riceviamo la pittura solo attraverso l’occhio. No, la riceviamo, a nostra insaputa, attraverso tutti e cinque i nostri sensi. E come potrebbe essere altrimenti?”.

Anna Maria Di Paolo   © RIPRODUZIONE RISERVATA


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