WILDT. L’ANIMA E LE FORME FRA MICHELANGELO E KLIMT


Wildt. L’anima e le forme fra Michelangelo e Klimt”

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                            ( Foto Fantin
 )

Adolfo Wildt fu un protagonista del clima simbolista e innovativo dell’arte. L’artista nacque e visse sempre a Milano, ma ebbe estimatori anche in altre città come Forlì nel collezionista Paulucci di Calboli, la cui famiglia possiede sue opere importanti. Ora proprio Forlì rende omaggio a Wildt con una singolare mostra il cui simbolo, un orecchio di quattro metri in polistirolo e resina, è stato posto sul piazzale antistante l’ingresso di S. Agostino, richiamando le due all’interno realizzate dallo scultore. Altre opere e documenti provengono inoltre dall’Archivio Scheiwiller, genero di Wildt, che insieme alla figlia dello scultore, ha fatto, nel 1990, una pregevole donazione di opere alla Ca’ Pesaro Di Venezia.

Wildt si appassionò all’arte; nel 1915 disse: “Fin da ragazzo studiai con

selvaggia intensità i nostri maestri antichi.

E’ questo studio, lungo e faticoso, l’unica fonte

della mia arte e a questo aggiungo il mio potente bisogno di sincerità”.

E, in effetti, le sue sculture sono una mediazione tra il gotico e il

barocco, tra il romantismo e la modernità.

 

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Adolfo Wildt per questo fu criticato sia dagli accademici sia da

modernisti, mentre in seguito è stato rivalutato ed oggi, per la sua

originale versatilità e perfezione tecnica, dopo una fase di

dimenticanza, è considerato tra i massimi scultori del Novecento.

Energia e inquietudine caratterizzano le opere di Wildt attento ai segreti

del marmo che levigava alla maniera classica sbiancandolo e

abbinandolo all’oro e alle pietre dure e al bronzo.

La sua capacità di elaborazione del marmo, infatti, non era soltanto

tecnica, ma soprattutto espressività del senso della sofferenza e della

macerazione spirituale.

Nell’esposizione di Forlì, delle 250 opere esposte 190 sono di Wildt. Le altre 60 sono il Torso del Belvedere, il bronzo di Dio fluviale di Michelangelo da Casa Buonarroti a Firenze, lo Zuccone di Donatello, e poi opere di Antonello da Messina, Dürer, Pisanello, Bramante, Bramantino, Bronzino, Tanzio da Varallo, Bambaia, Cellini, Bernini, Canova, Cosmè Tura e dei moderni Previati, Dudreville, Mazzucotelli, Rodin, Klinger, Meštrovic, Klimt, Brancusi, De Chirico, Casorati, Martini, Messina, e dei suoi allievi Fontana e Melotti in un itinerario attraente che dall’arte classica, dal Manierismo e dal Barocco arriva fino al Liberty, al Simbolismo, al Decò, al Novecento e allo Spazialismo. Si potrebbe dire che un tal numero di opere formano una mostra nella mostra di Wildt.Wildt amava i temi del mito e della maschera legati alla musica di Wagner, e all’opera di D’Annunzio, Pirandello e Bontempelli, ma anche il presente, infatti ritrasse in enormi busti Mussolini, Vittorio Emanuele III, Pio XI, Margherita Sarfatti e Toscanini e questo dato non gli giovò, infatti fu famoso in vita, ma dopo il fascismo, fu quasi ignorato. Adolfo Wildt, proveniente da una famiglia povera, si impegnò strenuamente per la sua arte divenendo un artista versatile e stimato. Per la sua fama, infatti, ottenne la cattedra di scultura all’ Accademia di Brera.

La sua ricerca, infatti, era così innovativa che nella sua classe a Brera si formarono Lucio Fontana e Fausto Melotti che da lui assorbirono una nuova concezione della ricerca polimaterica e il dissolvimento della forma per una nuova concezione dello spazio che si concretizzarono nei famosi “tagli” di Fontana e nel lirismo di Melotti.

Tra le opere in mostra compare “Vedova”, la testa della moglie del 1893, in cui si nota l’influenza del Canova e poi Il Crociato, Uomo antico, La maschera del dolore, Carattere fiero-Maschera gentile e il Prigione del 1915. Le opere furono create in una fase lavorativa tranquilla per la sicurezza che gli diede il contratto col mecenate prussiano Franz Rose per il quale scolpì una delle sue opere fondamentali: “La Trilogia”, composta da il Santo, il Savio, il Giovane, esposta nel 1912 alla Biennale di Brera dove vinse l’ autorevole Premio Principe Umberto e che ora, ha ricordato Mazzocca, è dimenticata in un angolo di Villa Reale a Milano. Wildt con Rose, inoltre, ebbe l’opportunità di avvicinarsi Secessione europea e di esporre le sue opere a grandi esposizioni di Monaco, Dresda e Berlino vincendo dei premi.

In Italia non fu compreso e, sebbene partecipasse alla Biennale di Venezia, la sua ricerca fu considerata contrapposta a chi era riconosciuto come moderno in scultori come Medardo Rosso o Arturo Martini.

 

L’esposizione segue un itinerario cronologico da cui emerge la complessità dei soggetti e delle soluzioni di stile dei vari periodi da quello eroico, come «Vir Temporis Acti» o «Prigione» ad una più intimista come «Anima e la sua veste» e «Rosario» o all’invenzione surrealista del grande «Orecchio» fino al ritratto del «Puro folle».

Wildt, nella sintesi personale di classico e anticlassico, eccelse nelle sue sculture sempre con una tecnica straordinaria , lontana dal Simbolismo, e vicina, piuttosto, ad un espressionismo gotico, fedele alla figura nel materiale privilegiato del marmo, che sapeva rendere con efficacia sbalorditiva

come “l’Anima e la sua veste” del 1916 e due teste di bambini del 1918 che anticipano il Filo d’oro, capolavoro del 1927.

Alla fine dell’opera e della vita, nel 1931, Wildt realizzò il busto di Pio XI, Papa discusso degli anni Venti, e il modello in bronzo del Puro folle-Parsifal, esposti nell’ultima sala che conclude la sua mirabile parabola.  

La mostra, curata da Paola Mola, Fernando Mazzocca e Antonio Paolucci, presenta, in conclusione, 72 marmi e bronzi e i 42 fogli grafici del periodo simbolista e secessionista, e offre l’occasione per una più giusta ricollocazione di Wildt tra i grandi del Novecento.

 

Anna Maria Di Paolo © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Wildt. L’anima e le forme fra Michelangelo e Klimt”, Musei San Domenico, Forlì, fino al 17 giugno, da martedì a venerdì 9.30-19, sabato e festivi 9.30-20.Lunedì chiuso. Catalogo Silvana Editoriale

http://www.mostrawildt.it

 

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