Il Palazzo Enciclopedico alla 55.a Biennale Internazionale d’Arte di Venezia

Il Palazzo Enciclopedico alla 55.a Biennale

Internazionale d’Arte di Venezia

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                                                                      Joana Vasconcelos 

Che la festa cominci!

E infatti a Venezia è iniziata, in un tripudio di lingue e di colori, la 55.a edizione dell’ Esposizione Internazionale d’Arte, diretta da Massimiliano Gioni che, ispirandosi al Palazzo Enciclopedico di Auriti, ha posto come meta di indagine una fuga dell’immaginazione nella rappresentazione dell’invisibile. Ha così combinato opere d’arte contemporanea che elaborano sogni e immagini interiori, come le interpretazioni simboliche dell’universo di Lasage o di A. Crowley e le cosmografie di Emma Kunz, con reperti storici, oggetti trovati, artefatti, video, fotografia e performance, tutte incentrate sull’idea incantata dell’immagine e, in un certo qual modo, sul suo potere taumaturgico. In questo senso della meraviglia rientrano, tra altre, le opere sulla natura di L. Montaron e i palinsesti di Varda Caivano.

La Mostra di Venezia, dunque, propone opere che spaziano dall’inizio del secolo scorso a oggi nella ricerca di 150 artisti provenienti da 37 Nazioni con immagini che, organizzando la conoscenza, cercano di dare forma alla nostra esperienza del mondo.

L’esposizione, ingoblando artisti professionisti e dilettanti, sotto l’aspetto antropologico, si accentra dunque sulle funzioni dell’immaginazione e sul dominio dell’immaginario, impresa non facile nella nostra epoca assediata dalle immagini esteriori, divenuta immagine essa stessa.

Ma, comunque sia, la Biennale di Venezia, riconferma la magia di colori e di immagini, in una festa che, col suo primo biglietto da visita, prende avvio dal “Libro Rosso” di Gustav Jung nel Padiglione Centrale ai Giardini. Il manoscritto illustrato del celebre psichiatra, a cui lavorò per più di sedici anni, raccoglie visioni, allucinazioni e sogni, temi che attraversano l’intera Mostra. Subito dopo si snodano i disegni di Rudolf Steiner, teosofo, con diagrammi dissennati che inseguono il desiderio impossibile di descrivere e comprendere l’intero universo. E poi le opere dure, anche una Danza macabra, dell’austriaca Maria Lassnig, 94 anni, che ha indagato la figura umana in una variegata rappresentazione e inoltre le immagini solenni della torinese Marisa Merz, 87 anni: entrambe premiate col Leone d’oro alla carriera.

Fanno da contraltare, poi, le opere di arte popolare dello svizzero J. Schnyder che, con varie tecniche e stili, affronta temi religiosi, danze macabre e severi autoritratti e quelle della spagnola Paloma Polo con opere di relazioni tra programmi scientifici e temi colonialisti e imperialisti. Andra Ursatu con una grafica composita e accattivante usa un humor nero per un’iconografia allegorica e metaforica in riferimento all’uscita della Romania dalla dittatura di Causescu. Di seguito Diego Perone, muovendosi dal Futurismo all’Arte Povera, presenta grandi sculture in un’enfasi di trasformazione della materia, tra cui Vittoria, ispirata a Wildt. E poi le predizioni di Alistar Crowley e Frida Harris nella revisione dei tarocchi, in un simbolismo influenzato dall’art decò. E lo statunitense Richard Serra, minimalista, nella sua manipolazione dello spazio mira al rapporto fisico della forza della scultura con lo spettatore.

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                                                                      Studio Azzurro

Messaggi divini sono espressi nei disegni ammaliati delle comunità Shaker, mentre demoni e divinità in lotta con pescecani e creature marine caratterizzano quelli degli sciamani delle Isole Salomone.

Sono soltanto degli esempi di rappresentazioni di concetti astratti e manifestazioni di fenomeni soprannaturali, variegate espressioni figurative, come anche nelle cosmografie di Guo Fengyi, di Emma Kunz e nel video di A. Żmijewski su un gruppo di ciechi che rappresentano il mondo a loro modo. La collezione di pietre dello scrittore francese Roger Caillois combina, infine, geologia e misticismo.

Si tratta, nel complesso, di dipinti, sculture, video, manufatti che cercano di appropriarsi di segni dell’universo tra micro e macrocosmo.

 All’Arsenale ci accoglie il maestoso “Palazzo Enciclopedico”, modellino del progetto che Marino Auriti, artista auto didatta italo americano, depositò nel 1955 presso l’ufficio brevetti statunitense. Si trattava di un museo immaginario, che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità, con l’intento di collezionare le più grandi scoperte del genere umano, dalla ruota al satellite.

Auriti, in un garage della campagna della Pennsylvania, lavorò per anni al suo modello di un edificio di cento trentasei piani che avrebbe dovuto raggiungere i settecento metri di altezza e occupare più di sedici isolati della città di Washington!

Il megalomane progetto di Auriti rimase naturalmente incompiuto, ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante ha continuato ad attraversare la storia dell’arte e dell’umanità nelle opere di molti artisti, scrittori, scienziati e profeti nel tentativo di conciliare il sé con l’universo, il soggettivo con il collettivo, il particolare con il generale, l’individuo con la cultura globale in un delirio di sapienza mirante all’utopia cosmologica. Oggi, alle prese con il profluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono quasi possibili, ma alla conclusione dei fatti, i tentativi risultano finora incompiuti.

Il Palazzo Enciclopedico” è dunque una mostra sulle ossessioni e sul potere trasfigurante dell’immaginazione che, nella tensione tra interno ed esterno, diventa il soggetto di una serie di opere che indagano questo ruolo come nell’opera di Rossella Biscotti sulle carceri o di Eva Kotaktova sugli ospedali psichiatrici, luoghi di reclusione che evocano spazi sognati alternativi. Si snodano poi altre opere di artisti distanti tra loro come Achilles Rizzoli, Morton Bartlett e Peter Fritz che espongono accanto alle immagini aggrovigliate di Shinro Ohtake e di Carl Andre.

 All’Arsenale, dunque, la successione incalzante di forme comuni, reali, si alternano a quelle artificiali in un susseguirsi di curiosità: dai bestiari di Shinichi Sawada ai labirinti di Matt Mullican e alle ottanta grottesche e scarnificate sculture di Pawel Althamer in una visione folle dell’uomo.

Ricorrente tuttavia è anche l’ancoraggio alla natura nel tentativo capillare e disperato di coglierne la chiave, come nei disegni variegati di alberi dettagliatissimi di Lin Xue. Anche Van Caeckenberg o Stefan Bertalan si adoperano in tal senso, mentre Christopher Williams realizza fotografie di paesaggi che vorrebbero catturare la meraviglia del mondo. Una civiltà immaginaria è disegnata da Yuksel Arslan con le sue tavole enciclopediche, come dai disegni di Arslan e dalle centinaia illustrazioni della Genesi di Robert Crumb e dalle leggende descritte da Papa Ibra Tall. Gli arcinoti Fischli e Weiss forniscono, inoltre, con le loro 100 sculture in creta una sarcastica interpretazione dei sogni universali mentre il video di Steve McQueen immagina un suo futuro del mondo.

 Cindy Sherman al centro dell’Arsenale presenta una mostra nella mostra, avendo scelto 200 opere di 30 artisti che costituiscono un suo museo immaginario con idoli, manichini e bambole mescolate a sculture, dipinti, fotografie, decorazioni religiose e tele disegnate da carcerati, una riflessione sul ruolo delle immagini nella percezione del sé e nella sua rappresentazione.

 Sharon Hayes, a proposito di corpi e desideri, è presente con un remake di Comizi D’Amore, il film inchiesta sulla sessualità di Pier Paolo Pasolini, realizzato in America.

Poi ci accolgono gli stranianti dematerializzati corpi post-umani di Ryan Trecartin che introducono alla sezione finale dell’Arsenale in cui si alternano opere di Helen Marten, Albert Oehlen, Yuri Ancarani, James Richards, Pamela Rosenkranz, e tra altre di Alice Channer e Otto Piene che fanno il punto sulla complessità e allo stesso tempo semplicità dell’era digitale.

 Spicca, per contrasto, una rigorosa geometrica installazione di Walter De Maria, con una mega scultura astratta, sintesi di calcoli possibili dell’immaginazione.

Alla fine dell’Arsenale, nel Giardino delle Vergini, si avvicendano performance e installazioni di architetture che simboleggiano il cosmo.

Per la prima volta sono presenti 10 Paesi: Angola, Bahamas, Regno del Bahrain, Costa d’Avorio, Repubblica del Kosovo, Kuwait, Maldive, Paraguay, Tuvalu e Santa Sede, quest’ultima con una mostra allestita nelle Sale d’Armi.

Sempre all’Arsenale si trova il Padiglione Italia, curato da Bartolomeo Pietromarchi, con opere di Ghirri e Vitalone, F. Mauri e F. Arena, Bartolini e F. Grilli, Paolini e Titelli, Maloberti e Favelli, Barucchelli e F. Benassi, Xhafa e Piero Golia in binomio polare sul tema del vice versa.

Il Palazzo Enciclopedico” è, in conclusione, la realizzazione di un progetto complesso che accoglie, in un delirio fantastico ed entusiasmante, opere di incalcolabili mondi dell’arte contemporanea non soltanto ai Giardini – nel Padiglione centrale e nei Padiglioni della Nazioni che meritano un discorso a parte -, e all’Arsenale, ma anche nelle isole, nelle chiese e nei bei palazzi sparsi in tutta la splendida città lagunare. In tale iperattività fioccano, come sempre, critiche ed elogi e viene da dire, comunque, che è una kermesse imperdibile.

 Anna Maria Di Paolo

 

Info: http://www.labiennale.org

 

 

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