Enrico Schinetti: il mito quotidiano. al Museo Diocesano di Brescia

Enrico Schinetti: il mito quotidiano.

 

                                                  Image

 

La consapevolezza di ciò che compone la nostra vita di tutti i giorni ci fornisce la spiegazione per capire il proprio tempo e la propria società. L’essenza, tuttavia, non sta nelle cose in sé, ma nel modo in cui esse vengono comunicate e che, a dire di Roland Barthes, le trasforma in mito.

 

Ma quali sono i miti d’oggi? Cosa definisce la condizione dell’uomo moderno? Non sono certamente soltanto le cose, ma anche gli stati d’animo ed è così che solitudine, sesso e violenza diventano tre elementi base, determinati come sono dalla paura e dalla sofferenza della quotidianità. Sono conseguenze della malattia dell’ anima, pertanto, e taluni artisti riescono fortemente ad esteriorizzarle riflettendole in opere complesse in cui il groviglio, ad esempio, in un corpo scomposto ne sottolinea tutte le umane imperfezioni.

 

Allo stesso modo, come una magnifica ossessione, l’artista Enrico Schinetti, bresciano d’elezione, dipinge, in maniera estrema, i suoi “soggetti mitici e non” e ne mostra, attraverso la manipolazione delle loro note sembianze e con straordinarie prove tecniche dai colori che si scompongono e s’incrociano per piani, il loro sviluppo progressivo di discesa interiore.

 

Schinetti, insomma, coglie nella visione manifesta del corpo, nella corruttibile e misera carne umana, la causa primaria della deformità del pensiero e la riporta decomposta anche nel fisico, come in un vaso comunicante, in una estensione di toni cromatici essenziali dal grigio cupo al rosa.

 

Ne derivano figure alterate che la sua abilità virtuosistica di autentico pittore, da sempre, rende ai limiti dell’ ambiguità della sua ricerca lancinante.

 

Nella sua estetica lacerata e mai accomodante, egli ha trovato la sua singolare poetica, mai negativa fino in fondo perché è sostenuta, infatti, da una sostanziale humana pietas. Ed è così che i suoi Tests, gli autoritratti, o i Ritratti di personaggi illustri – come Warhol, De Chirico e Picasso, Mondrian e Klee, Velickovic, Bacon e l’amico Cavellini – testimoniano i metaforici luoghi di frequentazione della sua mente, famosi mondi totali che lo hanno affascinato, per affinità, regalamdogli una forte tensione emotiva di coinvolgimento e al contempo una sensazione di straniamento.

 

A me sembra, in ogni modo, che l’irriverenza della sua esegesi figurativa derivi proprio dall’amore per l’Arte e per quei Maestri ammirati nella loro totalità e, dunque, anche nella caducità dei loro difetti.

 

Così Schinetti, pur cogliendo le tinte plumbee di decadenza di personaggi mitici dell’arte, ne rende delle immagini non drammatiche fino in fondo perché alla percezione di fragilità fa da contrappeso un’enorme energia, esaltata dal colore nei suoi contrasti cromatici, caldi per le figure e freddi nello sfondo scuro che ne esalta la discrepanza.

 

La pittura di Schinetti, dunque, è la presa d’atto di una condizione umana in cui la sofferenza è contemplata non con durezza, ma con benevolenza, resa con uno stile forte e originale per cicli.  

                                                        Image

Già in Processo a me stesso, del ciclo Monumenti, e La lotta, del ciclo Test, due grandi oli del 1973, si evince tutta la sua riflessione di incisività esistenziale, focalizzata sul tiro al bersaglio rosso in alto e la macabra chiazza di sangue in basso, emblemi violenti sul vivere contemporaneo che nel secondo quadro, metaforicamente, si ripete nel conflitto tra l’uomo nudo e il cane, eretti e scomposti, che emergono da un cupo fondo nero. Spicca anche qui, tra i colori lividi, la rossa bistecca che unifica in basso la loro bestialità e solleva in chi guarda interrogativi sulla vulnerabilità, sulla permanenza della barbarie e sulla morte.

 

Dai Teatri non immaginari, poi, emerge L’ambiguità enigmatica dell’oracolo – De Chirico -, Il Piccolo metafisico in un rimando di famosi artisti tra uno scatolone e una porta semiaperta, Tombale per il mito, l’implacabile Classe dei morti e il livido Segni di un naufragio dai quali emergono teste contorte, figure aggrovigliate, intelaiate in una tensione centripeta dei corpi in rosa cinerino su sfondi scuri.

 

Nei Problemi di Ulisse, e siamo tra gli anni Ottanta -Novanta, l’eroe greco è tracciato in tutta la sua drammatica umanità o mentre si tuffa col suo groviglio di arti e di muscoli ne Il tuffatore o mentre si allontana dall’isola dei morti di Böcklin nel dipinto Con l’isola addosso, delimitata da un nastro bianco e rosso di divieto d’accesso mentre un’ironica cyclette lo attende. Ne La memoria del superstite, infine, Ulisse rivive la sua fuga raffigurata in un quadro nel quadro appeso sulle rocce dell’isola dei morti, con coinvolgente effetto di percezione straniante.

 

Nei Giardini Ateniesi, della prima decade del Duemila, Enrico Schinetti con Rivelare l’oracolo, Enigma delfico e con la serie sul mito di Prometeo, dà avvio, col cuore quasi in fibrillazione, ad una trama figurativa più esasperatamente ambigua muovendosi tra tabù perturbanti e aspetti visionari e deliranti. Sono altresì presenti quattro Volti lacerati, come simbolo massimo della rappresentazione; Notturno dionisiaco e, tra altre opere, La divina mimesi, grafiti su carta intelata, in cui l’Artista approfondisce la sua presa d’atto della condizione umana. In esse la sofferenza è contemplata non con durezza, ma con benevolenza, alla maniera di Prometeo ed è resa con una pittura d’immagine forte e originale. Col mito di Prometeo, Schinetti, insomma, sembra sottolineare la generosità verso la stirpe umana e l’allegoria della libertà spirituale dell’uomo a cui ciascuno tende. E un senso di libertà è espressa da Schinetti anche dalla scelta dei telai “sbrecciati” e divelti, fuori dai canoni consueti della cornice e che sono un tutt’uno con i dipinti, contraddistinti altresì dall‘effetto pittorico di movimento interno al quadro stesso.

 

L’ultima sezione è dedicata all’Apocalisse. Ne “Le prime quattro trombe, ne I Cavalieri dell’Apocalisse, La donna di luce e La meretrice di Babilonia”, grandi e impetuosi acrilici, la mescolanza tra astrazione e figurazione e l’impiego di fonti iconografiche distinte, suggeriscono una vivace tensione immaginativa.

 

ImageChico Schinetti, nato a Grumello del Monte, Bergamo, si è diplomato all’Istituto d’Arte di Castelmassa, Rovigo, e ha iniziato ad esporre dagli anni Settanta ad oggi in mostre colletive e personali in Italia e in Europa, tra cui si ricordano quelle in varie gallerie di Brescia, alla Galleria Contemporaine di Basilea, alla Galleria Kunst Markt di Dusseldorf, alla Duncan Gallery di Londra, alla Künstlerhaus di Vienna, e tra altre, alla Galleria d’arte Vinciana di Milano.

 

Sue opere si trovano presso collezioni pubbliche e private.

 

L’Artista, estremamente riservato e gentile, continua a svolgere dal 1971 a Brescia, l’ attività di docente di tecnica pittorica alla Scuola d’Arte dell’AAB e all’Accademia di Belle Arti S. Giulia, da cui riceve considerazione e stima.

 

La rassegna al Museo Diocesano – a cura di Marco Ticozzi, che ha allestito, tra altri, con lo scultore Giuliano Mogliorati, amico dell’Artista, anche l’installazione – é composta da quarantaquattro opere e si avvale di un ricco catalogo, edito dalla Tipografia Camuna.

 

Il mito quotidiano è, in sintesi, un’antologica su Enrico Schinetti di profondità esistenziale e di rilevante spessore artistico che si ricorderà.

 

Anna Maria Di Paolo

 

 

 

Enrico Schinetti: Il mito quotidiano, Museo Diocesano, Via Gasparo da Salò, 13 – Brescia, fino al 20 ottobre 2013. Orario feriale e festivo 10.00/12.00 – 15.00/18.00, chiuso il mercoledì

 

http://www.schinettienrico.com

museo@diocesi.brescia.it

 

segreteria.museo@diocesi.brescia.it

 

http://www.diocesi.brescia.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su annamariadipaolo

ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
Questa voce è stata pubblicata in ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA. Contrassegna il permalink.