PIERO MANZONI 1933-1963 A PALAZZO REALE di MILANO

PIERO MANZONI 1933-1963 A PALAZZO REALE di MILANO

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Quando morì Piero Manzoni, che era quasi ignorato, per non dire osteggiato dalla critica ufficiale, si levò la voce del suo maestro d’arte e di etica Lucio Fontana che lo ricordò come una delle figure più importanti del panorama artistico internazionale per la rilevante e geniale inventiva, indicando, ad esempio, la “ricerca sulla linea”, non facile da capire, come un’intuizione “che ha segnato un punto fondamentale nella storia dell’arte contemporanea”.

Piero Manzoni, infatti, con la sua capacità di precursore, già dal 1955 era passato dai ritratti e dai paesaggi tradizionali a opere informali e materiche ad olio, inchiostri e catrami con sagome abbozzate tra l’ Espressionismo e il Surrealismo.

Nato a Soncino, Cremona, da una famiglia nobile, di fatto visse, si formò e operò a Milano. E Milano, dopo più di mezzo secolo dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1963, ora, gli tributa un omaggio a Palazzo Reale con una composita mostra che ne documenta il percorso creativo attraverso la presentazione di 120 opere, lungo tutta la sua mirabolante parabola artistica. 


La sua vivace formazione, si consolidò, dunque nel clima internazionale milanese ed europeo degli Anni Cinquanta e Sessanta, ma anche alla luce di tanti studi, tra cui l’ideologia del filosofo danese Kierkegaard da cui Manzoni colse quel “purificare il pensiero dal sospetto”; dichiarando in tal senso: “Søren Kierkegaard è mio padre” intendendo che prendeva le distanze dalla pittura tradizionale, per oltrepassarla.

E così all’insegna di “Non c’è nulla da dire, c’è solo da essere” realizzò nel 1957 quadri con superfici integralmente bianche, gli Achromes, tele incolori, in cui il caolino, il gesso e l’argilla bianca creavano un informale effetto muro. Creò, inoltre, gli “Alfabeti”, quali codici astratti universali del linguaggio e i “Calendari” nella pura concezione del tempo. Ciò, tuttavia, non era abbastanza per lui che decise di oltrepassare il quadro creando le Linee perchè, come scrisseLa linea si sviluppa solo in lunghezza, corre all’inifinito.L’ unica dimensione è il tempo”. Trovò, insomma,nelleLinee, un metodo lineare di misurazione cronologica dell’uomo, di tutte le lunghezze, come con “Linea mt 10,42 “ del 1959: un cilindro nero con fogli di carta, fino alla “Linea 7200 metri ”, tracciata nella cartiera dell’ “Herning Avis Printing House” e riposta poi in un contenitore cilindrico di piombo e zinco su cui scrisse: “Contiene una linea lunga 7200 metri eseguita da Piero Manzoni il 4 luglio 1960” specificando che “La Linea non è in centimetri o metri; è zero, infinita”.

Eppure, quando Manzoni espose le

prime Linee nel 1959, in Galleria ad

Albisola, suscitò una reazione

inflessibile, tanto che l’opera esposta

venne rovinata da sputi di un

visitatore indignato.

Anche la critica italiana non capì

Manzoni e lo ignorò, ma con la

creazione della rivista Azimuth e

della Galleria omonima nel 1959,

l’attenzione si modificò. Redatta,

infatti, con Enrico Castellani,

Azimuth ebbe il modulo di

un’antologia storica con testi di

poeti, critici d’arte e artisti – come

Agnetti, Balestrini, Ballo, Dorfles,

Pagliarani, Picabia, Sanguineti, tra

altri, Schwitters – e con riproduzioni

di opere di numerosi artisti, tra cui

Bonalumi, Dangelo, Dorazio,

Fontana, Klein, Mack, Novelli,

Rauschenberg e Rotella; insomma,

tanti protagonisti degli anni

Cinquanta e Sessanta e in primis i

due fondatori che imposero, nella

breve durata dell’esperienza, un’

idea oggettiva di nuova arte, in cui

l’artista, mediante il suo pensiero e

il suo corpo trasmetteva all’opera la

propria corporeità.

Manzoni viaggiò molto, fu in

contatto con le neoavanguardie

europee: in Francia con Yves Klein,

in Germania col gruppo Zero, e in

Olanda col gruppo Nul e con la

Nouvelle Tendance, e partecipò a

mostre collettive di mezza Europa;

nei paesi scandinavi, inoltre, fece

varie sperimentazioni libere,

supportato da generosi mecenati e

seguito nelle sue soluzioni singolari,

più che in Italia, dalla stampa

estera.

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Materiali nuovi come i batuffoli di

ovatta, le fibre artificiali e

sintetiche, il poliuretano espanso

furono usati poi nelle sue opere nel

1960. Diede, però, anche avvio ai

“Corpi d’aria”, sculture gonfiabili

che sii trasformavano, così, in “Fiato

d’Artista”; erano opere sigillate in

un contenitore con base in legno,

che, alla matrice dadaista,

aggiungevano la polemica contro il

culto della personalità dell’artista e,

coinvolgevano il suo corpo nell’opera

in modo ironico e pungente. Elaborò,

inoltre, il progetto “Placentarium”, e

il Teatro pneumatico per per la

rappresentazione dei “Balletti di

luce” dell’amico tedesco Otto Piene. 

Quando tornò dalla Danimarca,

Manzoni ideò, nella Galleria Azimut,

l’evento della “consumazione

dell’arte dinamica del pubblico

divorare l’arte” facendo bollire delle

uova, fulcro di vita e di ingegno, su

cui appose l’impronta del suo dito,

per contestare il feticismo della

firma, e offrendole da mangiare al

pubblico come “Il corpo magico

dell’artista”; l’uovo, insomma,

entrato in contatto col corpo

dell’artista, veniva riconosciuto da

lui stesso come una reliquia offerta

al pubblico perché ne condividesse

così la fisicità prodigiosa come

artista.

Si trattò, indubbiamente, del primo happening dell’arte italiana che coinvolse anche il pubblico che, tuttavia, appreso il significato dell’ operazione rimase interdetto. Manzoni, poi, si spinse oltre e firmò “ corpi” ; nacquero così le “Sculture Viventi”, a cui abbinò ricevute e bollini di riconoscimento, così fece anche con Fontana e Uberto Eco. Manzoni disse: “Io firmo le persone (senza scegliere, tutte, belle o brutte: quello che mi interessa è la vita, io amo tutto), riconoscendo la persona di per sé come opera d’arte.

In mostra c’è anche la prima “Base Magica”, a forma di piramide tronca, sulla quale incollò due impronte di piedi in feltro: chi vi saliva, per il tempo che vi rimaneva, era considerato un’opera d’arte.
Manzoni rimosse l’ultimo ostacolo temporale con l’estrema “Base del mondo”, Socle du monde, parallelepipedo di ferro su cui compare la scritta capovolta,
“Hommage a Galileo”, ideale base che sorreggeva tutta la terra, originale operazione artistica, immateriale e universale.

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Radicali e vari, insomma, furono i mezzi espressivi che nel 1961 Manzoni sperimentò e in quella parabola di ideazioni rientrano anche le 90 catolette di “Merde d’Artista”, vendute al peso corrente d’oro, come sberleffo della mercificazione e del sistema dell’arte. Questo gesto di Manzoni non soltanto fu considerato scandaloso, ma anche ingiustificabile e ha segnato, impropriamente, la “fama” di Manzoni sino ad oggi. Manzoni non parlò mai spontaneamente di quel lavoro, ma nell’unica occasione di un’ intervista, alla domanda sul valore delle scatolette, affermò: “Un conferenziere famoso aveva detto che l’opera d’arte è materia più sensibilità dell’artista. Ho voluto aprire una polemica”; in sostanza intendeva che “il consumo culturale non produce che sterco culturale”. Anche nella creazione dei “Pacchi”, carta da imballaggio, legata con spago e sigillati con ceralacca, Manzoni intese disintegrare l’oggetto senza interferire, così come aveva fatto per le basi magiche, le opere d’arte viventi, le linee e le scatolette.
Negli ultimi mesi della sua vita, Manzoni proseguì con gli “Achromes” sperimentando fibra e lana di vetro, caolino su plastica e pallini di polistirolo, batuffoli di cotone, peluches, pani plastificati e sassi, materiali inusuali che
espose con il gruppo Zero allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1962.

Dopo una serie di altri viaggi in Europa, l’ Artista, prima di rientrare a Milano, si fermò in Germania dall’illuminato gallerista Jes Petersen per progettare il libro “Piero Manzoni the life and the works” che, purtroppo, fu pubblicato postumo nel 1963.

Manzoni morì, infatti, per un infarto a 29 anni, in quello stesso anno.

L’ importanza delle innovative sperimentazioni e invenzioni di Manzoni, insomma, sono contraddistinte dalla sua capacità sorprendente di intelligenza e di arguzia. Sebbene rumorosi siano stati i fraintendimenti delle sue clamorose creazioni, l’Artista lascia un’ eredità di opere e di proposte
dinamiche che incisivamente hanno promosso una concezione artistica nuova. In tal senso la mostra milanese, finalmente, gli rende pieno merito di anticipatore geniale e perspicace interprete del Novecento, al di là di tutti i ritardi e di tante polemiche.

Promossa e prodotta dal Comune di Milano, Cultura, Palazzo Reale e Skira editore, la mostra è curata da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo in collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni. Correda l’esposizione un ricco catalogo, edito da Skira.

Anna Maria Di Paolo

Piero Manzoni 1933-1963, al Palazzo Reale di Milano, fino al 2 giugno 2014. 

Orari:
lunedì 14.30-19.30. Da martedì a domenica 9.30-19.30 giovedì e sabato 9.30-22.30. Ingresso: €11,00 
Ridotto: €9,50 
Ridotto speciale: € 5,50

http://www.mostramanzonimilano.it.

Uffucio stampa lucia@luciacrespi.it

 

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