REMAINS. SHEELA GOWDA AL PIRELLI HANGAR BICOCCA

Milano. Al Pirelli HangarBicocca

“Remains” di Sheela Gowda

Sheela Gowda per affrontare la “sfida” ad esporre le sue installazioni in una mostra all’Hangar Bicocca ha studiato e ha lavorato per due anni; del resto, chiunque conosca questa gigantesca cattedrale industriale convertita all’arte rimane intimorito dai suoi spazi smisurati.

Sta di fatto, però che l’ Artista indiana, che ben conosce l’Italia per aver partecipato sia alla Biennale Arte di Venezia sia ad una esposizione al MAXXI di Roma nel 2011, dopo l’iniziale perplessità, ha ideato l’esposizione con un cospicuo nucleo di opere realizzate nell’arco di più di vent’anni, dal 1996 ad oggi, inserendo anche una nuova produzione, attuata appositamente per questa prima grande mostra personale in Italia.

Nei monumentali spazi delle Navate si snodano, dunque, opere elaborate con tante tecniche, forme, cromie e materiali per le quali lei ha trovato una sintesi di espressività sia astratta sia figurativa.

Sheela Gowda, classe 1957, studi in India e a Londra, ha sviluppato la sua ricerca attraverso la commistione tra le tradizioni artistiche dell’India e le forme d’arte internazionali tanto che riconoscimenti importanti sono venuti alle sue opere che fanno parte di collezioni quali la Tate di Londra; il MoMA e il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, e, tra altri, il Kiran Nadar Museum di Nuova Delhi.

Alla Pirelli HangarBicocca le opere esposte rivelano l’intensità della poetica di Gowda la quale, partendo dalla validità emblematica dei materiali, degli oggetti e degli scarti arriva a trasformare le forme originarie che così assumono nuovi significati.

Le sua composizioni simboliche sono ottenute da materiali semplici come i capelli umani tessuti che, venduti all’Occidente per fare parrucche o offerti nei templi come voto, hanno un significato sia politico sia allegorico.

Altri materiali: filo, incenso e kumkum – curcuma, pigmento naturale rosso brillante – sono spesso ispirati alle esperienze di lavoro quotidiano delle persone emarginate in India e anche ai rituali religiosi indù.

Lo sterco di vacca, inoltre, usato dall’artista nelle istallazioni “Mortar Line” e in “Stock” – nell’ India rurale era fertilizzante, combustibile e isolante nelle costruzioni – è usato come materiale collegato sia alla vita quotidiana delle donne indiane sia al carattere sacro della mucca.

Anche coi materiali architettonici e di scarto trovati quali legno, metallo e pietra Gowda sonda le complessità della vita del suo Paese, realizzando ad esempio l’installazione “Darkroom”: fusti di catrame, raccolti dai costruttori di strade a Bangalore e sistemati come loro “casa” di due metri, a mo’ delle baracche di lamiera di tanti abitanti delle baraccopoli indiane. Una realtà drammatica a cui la Gowda aggiunge una prospettiva inattesa praticando piccoli fori nel soffitto che, lasciando filtrare la luce dall’alto, evocano un cielo notturno stellato nel contrasto tra realtà e sogno. Materiali umili che si riferiscono alla storia dell’urbanizzazione di Bangalore che ha sopraffatto le tradizioni artigianali locali in un paese in via di sviluppo, che, tuttavia, nella contraddizione, si rifà all’universalità della speranza e dell’aspirazione.

“Capelli” dipinti di kumkum, lungo 15 Km, come “To be title” o

“ E ditegli del mio dolore” sono opere che rimandano al lavoro delle donne sempre più emarginate e sottovalutate nell’ India attuale; così “porte trovate” e colorate in “Margins” che hanno una loro intensa suggestione o i 200 blocchi di granito abbandonati nelle strade di Bangalore e da lei prelevati a formare l’installazione “Stopover” .

La mostra, curata da Nuria Enguita, Direttrice di Bombas Gens Centre d’Art, Valencia, e Lucia Aspesi, continua con “Se hai visto il desiderio” ispirato ad un luogo di preghiera, ma con l’attenzione sui materiali: l’ acciaio lucido del palo e le bandiere triangolari variopinti con lustrini, sintesi di idee tra un prodotto industriale locale e merce cinese dei mercati di Hong Kong, nel segno della circolazione delle idee.

E “And that is no lie” – 270 metri di stoffa rossa, impregnata di colla e kumkum con aghi da cucito, imponente cascata di materiale, tenda rossa tagliata a zigzag triangolari – fa riferimento alla periferia indiana con un intendimento diverso dalla precedente, sebbene entrambe usino il tessuto per le bandiere.

Insomma, i materiali che riflettono il sistema economico, politico e sociale del subcontinente indiano con Sheela Gowda prendono una forma e un linguaggio comprensibili da tutti. E la sua pratica di trasformazione della materia non va enfatizzzata pur essendo simile ad un rituale che trasforma lo “stato della mente”.

L’ artista, in conclusione, ha precisato che l’ imprinting indiano delle sue opere non vuole indugiare sulla “retorica pauperistica” né su un ideale compiacente preferendo lasciare allo spettatore la spontanea partecipazione emotiva nell’ approccio garbato, effimero, a anche concreto del processo creativo.

Anna Maria Di Paolo

Milano. Pirelli HangarBicocca, via Chiese, 2. Fino al 15/09/2019

Ingresso gratuito: Giovedì, Venerdì, Sabato, Domenica 10 – 22

Stampa angiola.gili@hangarbicocca.org

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ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
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